Ai "giovani" servono misure "alte"

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la strada verso la "felicità"

Papa Benedetto XVI dona saggezza ed entusiasmo, per stare vicini ai giovani che crescono...

Marina Corradi
("Avvenire", 28/5/’10)

"Educare", cos’è? È suscitare la "passione" dell’"io" per ciò che lo circonda: per l’altro, dunque, per il "tu"; per gli uomini, per Dio – dice il Papa. "Educare", è un coltivare il desiderio che ci spinge verso il "reale". È, in fondo, un contagio di "passione" per l’uomo. Quella "passione", dice il Papa, che dobbiamo risvegliare fra noi. Nell’"Aula del Sinodo" Benedetto XVI parla ai "Vescovi Italiani" in "Assemblea Generale". Due anni sono passati da quando denunciò la profondità della "emergenza educativa". Oggi la "Cei" mette al centro della "Pastorale" della "Chiesa Italiana" dei prossimi dieci anni l’"Educazione". (Come chi, davanti a una casa che sembra "instabile", decida di mettere mano alle "fondamenta"; a ciò che sta sotto, a ciò che viene prima).
E "simmetricamente" Benedetto, in un
"Discorso" che è "lezione magistrale" e "augurio", va alle radici di quella "difficoltà opaca", che però chi ha dei figli conosce. Quella strana "resistenza" a trasmettere ciò che abbiamo di buono, e prima di tutto il senso del "vivere"; come se qualcosa confusamente ci remasse contro, come se l’anello fra "generazioni" fosse incrinato. Che cosa è stato, a infrangere una "trasmissione", di padre in figlio, antica, così che i padri "balbettano", e i figli sembrano spesso incapaci di continuarne la storia? Per Benedetto XVI – ma ci verrebbe da dire per il "Professor Ratzinger", tale è la lucidità dell’"analisi" pure in poche righe – le radici di questo "male oscuro" sono due. Primo, «una falsa idea di "autonomia" dell’uomo», come di un «"io" completo in se stesso»; secondo, «la esclusione delle due "fonti" che da sempre orientano il "cammino umano"»: "natura" e "Rivelazione". Se la "natura" non è più "Creazione" di Dio, e la "Rivelazione" è soltanto figura di un remoto passato, vacillano gli "architravi" su cui poggia l’"Occidente". E non c’è da stupirsi se, in questo "humus" ereditato, i figli "disorientati" cercano, senza trovarli, una "direzione", e degli "argini", come un fiume smarritosi sulla strada del mare.
Ma qui il "Professor Ratzinger" passa la mano al padre: e sollecita a ritrovare la "passione" dell’"educare". A liberare l’"io" dalla gabbia della fasulla "autonomia" in cui la "modernità" l’ha chiuso, e a spingerlo di nuovo al suo destino. Che è altro da sé: è la faccia, per prima, della madre, e poi i mille "volti" dell’altro, e quel Dio che sta dietro quei "volti", e domanda di essere liberamente riconosciuto. E no, «non è una "didattica", o una "tecnica"», "educare": è abitare famiglie, scuole, "Parrocchie" dove si incontrino "facce" credibili nell’annunciare che c’è un "destino" per ognuno, ed è buono.
Poi, la "lezione" di Benedetto si fa ancora più audace. Torniamo, dice, «a proporre ai figli la misura "alta" e "trascendente" della vita, intesa come "vocazione"». "Vocazione" al "Matrimonio" come al "Sacerdozio"; "vocazione", comunque, a significare che la vita è "risposta" a una "chiamata", è adesione a un "disegno" non nostro. E certo, questa è l’antica visione della "Chiesa"; ma provate, oggi, in un "crocchio" di ragazzi fuori da una scuola, ad affermare che la vita non è «auto-realizzazione» ma "vocazione", adesione al "disegno" di Dio su ciascuno. Tanti vi guarderebbero come dei poveri "folli"; perché, cresciuti nella idea dell’uomo «come un "io" completo in se stesso», sono magari generosi, "entusiasti", altruisti; e però in un espandersi, comunque, di un "io" che si concepisce come origine e orizzonte di ogni "gesto". Poche cose sono lontane da noi, gente del "terzo millennio", come la parola "vocazione"; come l’idea che la "felicità" possa essere nell’adesione ai piani di un "Altro".
Eppure, non è forse proprio questo il nodo più profondo della "opaca fatica" di "educare"? Siamo "nostri", o apparteniamo a un "Padre"? Siamo "monadi" proprietarie di sé, o figli, e fratelli, chiamati insieme a un "destino"? La sfida accolta dalla "Chiesa Italiana" nel mettere davanti a tutto, per dieci anni, l’"educazione", è grande. A questa "Chiesa" il Papa indica un "orizzonte" radicale. "Educare cristianamente" è testimoniare ai figli, nella "dittatura" dell’"io", nel trionfo orgoglioso dell’umana "scienza" e "potenza": "bambino", tu sei di Dio, e quella "felicità" che fin dai primi passi insegui e cerchi – come a "tentoni", ostinatamente – abita, davvero, solo in Lui.