Un "tesoro" in "vasi di creta"

RITAGLI     L’"audacia" di Dio     DOCUMENTI
in una "scelta" «imprudente»

Lo sguardo di Papa Benedetto XVI: occhi pronti a perdonare e incoraggiare, in nome di Dio...

Marina Corradi
("Avvenire", 12/6/’10)

Fra noi "poveri cristiani", in quanti ci siamo domandati in questi mesi cosa accade sulla "rotta" di quella "grande arca" che è la "Chiesa"; che sta succedendo, se "onde’ come muri si abbattono sul suo "antico corpo". Colpi come "schiaffi", che vengon su dai gorghi di un "mare agitato". E certo, la "grande arca" di "tempeste" ne ha traversate tante; ma a noi, "fedeli anonimi", questa di oggi, fatta di "tradimento" dei figli, ha suscitato più tristezza di ogni altra. Nell’"Anno" dedicato al "Sacerdozio". Nell’"Anno" che immaginavamo di "festa".
Benedetto XVI ieri ha parlato ai "Preti" e a noi. Ha detto dell’"audacia di Dio"; della "amorosa audacia" di un Dio che agli uomini affida se stesso, pur ben sapendone la loro "fragilità". È questo dunque un "Sacerdote": un "vaso di creta" colmato di uno "straripante tesoro". La "chiamata" non garantisce che quell’uomo sarà "migliore" degli altri; non impedisce – immensa essendo la nostra "libertà" – nemmeno che possa precipitare nel peggiore dei "mali". L’"audacia" di Dio è proprio nel prendere degli uomini come gli altri, e sceglierli, e mandarli: a "perdonare", e a "consacrare" il pane in nome suo. Straordinaria "bellezza" di una "scelta imprudente": questa, ha detto il Papa, «è la cosa veramente grande che si nasconde sotto il nome di "Sacerdozio"».
Ma, ha aggiunto, c’era da aspettarsi che al "nemico" la "festa" del "Sacerdozio" non sarebbe piaciuta: a quel "nemico" che vorrebbe che la "Chiesa", e Dio, fossero dimenticati. Ecco allora proprio in questo "Anno" l’emergere di un "male" che atterrisce; quel venir su degli "abissi", a minare la "fiducia" degli uomini. Il "male" che esplode e va a seminare "sgomento"; a insinuare dentro di noi, o a gridare sui "giornali": vedete, in fondo, che di nessuno ci si può fidare. (E da chi andremo allora, da chi manderemo i nostri figli?). E certo, ha detto il
Papa, «se l’"Anno Sacerdotale" avesse dovuto essere una "glorificazione" della nostra personale "prestazione umana", sarebbe stato distrutto da questa "vicenda"». Ma si trattava invece del contrario: di «diventare "grati" per il "dono" di Dio, che si nasconde in "vasi di creta"». Non "bravi", i "Sacerdoti", per un "merito" proprio, o per una severa "ascesi" che plasmi con la volontà le "virtù"; ma "grati" del "dono" ricevuto. "Grati" di essere stati "chiamati", con le loro "povere" mani. Perché Dio vuole che «in un piccolo punto della "storia" i "Preti" condividano le "preoccupazioni" degli uomini», ha detto il Papa.
E non l’abbiamo mai sentito così "padre" come oggi, quando ha riletto questo "anno" di "tempesta". Quando ha spiegato l’ansia di ritrovare la "bellezza" della "chiamata", e indicato l’"ostilità" di un "nemico" che amiamo dimenticare. Annunciando infine l’"umiltà" che dovrà venire da tutto questo – come distillata da tanto "dolore". Il "dolore" dei figli "traditi"; e anche di quanti, improvvisamente lucidi, forse fronteggiano la "disperazione".
Ci ha parlato un "padre". Ha osato dire che «anche l’uso del "bastone" può essere un servizio d’"amore"» – e ci son venute in mente certe
"parole" della "Lettera ai Cattolici di Irlanda", come "manrovesci". (Coraggioso dire, nel tempo che detesta "autorità" e "maestri", che amare è anche esercitare "autorità"). Ma soprattutto, ieri abbiamo ascoltato una "speranza". Un "padre" ci ha detto verso dove è la "rotta"; e che le "onde" attorno, e tutto il nostro "male", non prevarranno se apriremo la mano, di Cristo "mendicanti".