INTERVISTA

Un’"arte" difficile, che esige di saper "ascoltare" il "silenzio".
Parla lo "Psichiatra" Italiano, Eugenio Borgna.

RITAGLI     Borgna, la "solitudine" che vince il "rumore"     DOCUMENTI

«Emily Dickinson, Etty Hillesum, Madre Teresa:
"donne" con la "nostalgia" dell’"infinito".
Una "ricerca" che è anche nella "Poesia", e nella "Preghiera"».

Dal nostro inviato a Novara, Marina Corradi
("Avvenire", 5/2/’11)

«Solitudine» è parola usata quasi sempre in un’accezione negativa. Normalmente è sinonimo di emarginazione ed esclusione. Ma l’ultimo "Saggio" dello "Psichiatra" Eugenio Borgna ("La solitudine dell’anima", "Feltrinelli") osa parlare anche di un’altra solitudine. Della ricercata solitudine di chi sceglie di sfuggire al rumore cui quotidianamente siamo consegnati. Della "bella" solitudine dei Mistici; della creativa solitudine dei Poeti. Su questa parola dunque Borgna indaga e ne trae un’altra, oggi oscurata, dimensione. «Occorre distinguere – dice Borgna – la solitudine dall’isolamento, che ne è la faccia negativa: la condizione cioè imposta da dolore, malattia, povertà, o dalla nostalgia feroce di un lutto. Anche l’isolamento però può essere scelto: è il rifiuto intenzionale dell’altro, o il "vassallaggio" delle proprie "pulsioni" egoistiche, che rompe ogni comunione con il prossimo».
Ma l’altro volto, luminoso, della solitudine è appunto la solitudine scelta: «Per cercare – dice Borgna – il proprio cammino di vita interiore: "In interiore homine habitat veritas, noli foras ire...", ammonisce
Agostino». E tuttavia i due aspetti, l’isolamento afflitto e la ricerca di sé, non sono regni divisi da invalicabili confini: «Esistono sconfinamenti, e correnti carsiche, che fluiscono dall’una all’altra condizione. Perché ogni forma di isolamento può essere riscattata!».

La "nostalgia" c’entra dunque con la "solitudine", come "eco" di qualcosa che conoscevamo e abbiamo perduto?

«Certo! La "bella" solitudine di Teresa d’Avila è domanda di attingere a qualcosa di non più tangibile, come in una memoria perduta. In Teresa, la solitudine è apertamente chiamata "Grazia"; e "disfatta", è quando questa solitudine scompare. In una sfolgorante intuizione: solitudine è lo spazio vuoto che può essere colmato da Dio. Come suggerisce anche un "Verso" di Emily Dickinson: "Forse sarei più sola / senza la mia solitudine!"».

Ma un’altra "Teresa", Teresa di Calcutta, che lei cita, in "Diari" straziati, dice di una "notte" di "solitudine interiore", del suo "sorridere sempre", mentre dentro si avverte completamente "vuota"... Che razza di "solitudine" è, questa? Non potrebbe essere quasi come una "talpa", che scava un "vuoto" più grande, per fare "spazio" a un "altro" che preme?

«Ogni solitudine è ritorno in se stessi, e ascolto dei motivi di dolore in noi. Se viviamo esposti al rumore, senza mai staccarci da questa terribile "elisione" di ogni relazione vera, ecco che la solitudine, pur aprendoci orizzonti senza fine, ci ferisce, perché ci fa conoscere esperienze che nella vita immersa nel rumore non possiamo nemmeno immaginare».

D’altronde, il "rumore" è lo stato in cui la maggioranza di noi vive...

«Sì, viviamo nel terrore del silenzio, e nella angoscia del confronto con noi stessi, e con il senso. Teresa di Calcutta, nella sua solitudine di ghiaccio, aveva una nostalgia straziata di Dio e dell’infinito».

Chi si affaccia sul "silenzio" di una "Clausura", ne resta spesso affascinato, ed insieme spaventato... Che cosa, nella "Solitudine Monastica", ci sbalordisce, e però ci fa
"paura"?

«Da una parte il fatto che in "Clausura" ci si sottrae al Mondo, e agli affetti. Scompare quasi completamente la parola, nel silenzio che sigilla. Chi non ha una Fede altissima e un’acuta nostalgia dell’infinito, percepisce in tutto questo un’eco di morte – morte delle cose contingenti. Ma quando assisti, come a me è capitato, nel "Monastero" di "San Giulio", a Orta, ai "Voti" di giovani donne che con voce ferma e dolce rispondono al "Vescovo": "Sì", abbandono il Mondo, allora intuisci che la "Clausura" è il luogo di un incontro assolutamente concreto.
Queste donne sono la testimonianza di una nostalgia di infinito che vive in noi. E tutto questo è "Grazia", come diceva Bernanos».

Nel "Libro", lei cita Etty Hillesum, la giovane "Ebrea", morta ad Auschwitz, che scriveva: "Innalzo intorno a me le mura delle Preghiera, come le mura di un Convento"...

«Nel mezzo dello sfacelo delle persecuzioni "Naziste" la Preghiera per la Hillesum è scudo, è invisibile cortina che la salva dal nulla. Ma da dentro quelle "mura" vedeva tutto, concependo un senso anche alla morte e allo strazio».

E tra "Solitudine" e "Poesia", che rapporto c’è?

«Siamo sempre dentro alla nostalgia dell’indicibile. La solitudine affranca, ringiovanisce, è premessa, come la malinconia, della genesi della esperienza Poetica. Solitudine, anche qui, è un rientrare in sé, e ascoltare gli abissi».

Allora, "Poesia" e "Preghiera", si assomigliano?

«La grande Poesia difficilmente si distingue dalla Preghiera. Penso a Petrarca, a Dante. Il luogo di comunanza è che entrambe attingono alla più profonda domanda, e che entrambe nascono più abbaglianti dalla disperazione. Certo l’ultimo orizzonte della Santità è Dio, che incendia e trasfigura tutta la vita; mentre la Poesia è "maieutica" per gli altri. In un certo senso, i Poeti sono dei messaggeri. E però quali affinità tra l’ostinato bussare di Leopardi contro una porta che apparentemente non si apre, e lo strazio oscuro di Madre Teresa!».

Anche la "Psichiatria", lei scrive, è incontro fra due "solitudini"...

«Da un Anno, mi confronto con due pazienti ad alto rischio di "suicidio". È come parlare con qualcuno che minacci di buttarsi da un cornicione; è la disperata tensione a stabilire una relazione con il malato, a non sbagliare una parola. È allora che uno "Psichiatra" avverte la sua impotenza, e si comprende egli stesso solo: in una solitudine che è emblema di uno scacco senza fine!».