Il "Libro" del Papa – Quell’"impossibilità" di credere al "Perdono"
Marina Corradi
("Avvenire", 3/3/’11)
Il Tradimento di Giuda,
su cui Benedetto XVI si sofferma
nel suo nuovo "Libro", nel
Vangelo di Giovanni è una cronaca di poche parole, scarne ma gravi come il
piombo. Gesù che
annuncia: «Uno di voi mi tradirà!». Il Discepolo più amato che gli si china
accanto, turbato: «Signore, chi è?». Gesù: «È colui per il quale
intingerò un boccone e glielo darò!». E: «Allora Satana entrò in lui!». E
sembra ancora, a chi duemila anni dopo legge, calato il buio su quella tavola
imbandita; come una notte repentina e rapace che cancella ogni cosa. Si avverano
le Profezie dei Salmi: tutto era stato annunciato, e ora s’incarna. Nello
sguardo di Cristo su Giuda, e di Giuda su Cristo. (Come lo avrà guardato? Con
odio, o già con spavento, mentre l’abisso gli si spalancava davanti?).
Il Papa nel suo "Libro" si ferma sull’ora di Giuda, ci riaccompagna
alla tavola dell’Ultima Cena. Ci riporta in quella Sala affollata e all’apparenza
festosa dove si perpetra il peggiore Tradimento, quello dell’amico. Noi che
stiamo a guardare ci chiediamo come è stato possibile. Magari non ce lo
domandiamo per Giuda, ma torna, questo sbalordito "perché?", ogni
volta che ci troviamo di fronte al mistero del male. (Perché Sarah,
quindici anni, uccisa da chi l’aveva tenuta in braccio, bambina? Perché Yara,
tredicenne, tradita da qualcuno di cui si fidava?) Su questo eterno attonito
"perché" il Papa dice che non è cosa «psicologicamente
spiegabile»: Giuda è ormai «sotto il dominio di un altro».
Si è aperto a un altro potere, di cui adesso è schiavo. Il dramma del Giovedì
Santo si ripete ancora in quel male grande, inspiegabile di cui gli uomini sono
capaci. È una scelta: è l’aprire la porta a qualcuno che subito occupa, da
padrone, la casa. È il riemergere del male originario, come una mano adunca –
come, nel "Bacio di Giuda" di Caravaggio, quel braccio di
Soldato Romano, lucente nell’armatura nera, chele di insetto predatore che al
segno del Bacio traditore afferra Cristo.
E tuttavia non finisce qui la storia di Giuda. Sappiamo, ricorda il Papa, che c’è
«un primo passo verso la Conversione».
Ho peccato, dice Giuda, e cerca di salvare Gesù, e di restituire i denari. E
noi, Ex-Scolari distratti di Lezioni di Catechismo in verità piuttosto noiose,
confessiamo di aver provato pena per quell’uomo, il più solo di tutti nella
folla di Gerusalemme. Quello
che, come tornato in sé, vedendo ciò che ha fatto, insegue chi lo ha comprato,
supplica che si riprendano le monete dannate. Però poi Giuda si impicca, e il
suo nome per sempre suonerà come una maledizione. "Perché nessuna pietà
per lui?", ci siamo chiesti da bambini.
Ma la seconda tragedia di Giuda è silenziosa. La seconda tragedia di Giuda,
dice Benedetto XVI, «è che non riesce più a credere a un perdono. Il suo
pentimento diventa disperazione. Egli vede solo sé stesso e le sue tenebre!».
Non solo il tradimento lo condanna dunque, ma il disperare che Cristo sia di
quel tradimento più forte. È un’"auto-condanna", nello sguardo
fisso e ristretto solo ossessivamente su sé.
E quanto attuale è duemila anni dopo ripercorrere la «seconda tragedia» di
Giuda – nei nostri tempi in cui il suicidio è, in molti Paesi d’Europa,
fra le prime cause di Morte. Quante disperazioni alzate come mura, a non
ammettere, a non lasciar passare alcuna luce. All’incoscienza ebete di chi
crede di non avere bisogno di perdono oggi si affianca il nulla di chi non crede
alcun perdono possibile. Il più "Luciferino" degli orgogli: farsi
giudice di sé, e condannarsi da soli.
Rifiutando un abbraccio, in cui ci si dovrebbe riconoscere figli di un padre:
creature.
La seconda tragedia di Giuda, la più segreta, certo ben chiara ai Teologi e ai
Dotti ma poco spiegata a noi Ex-Alunni di Catechismo, è così drammaticamente
moderna. E siamo grati al Papa di averci ricondotto in quella Sala, a quella
tavola imbandita.
Di accompagnarci di nuovo in quei giorni, dietro a quell’uomo; spiegandoci che
tutto è vero – oggi, proprio come allora!