"Provocazioni" davanti alle "Lapidi" nei "Cimiteri"
L’urto della "Morte" e il desiderio di
"Eternità"
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Marina Corradi
("Avvenire", 6/11/’11)
Sono stati i giorni del silenzioso pellegrinaggio, che ogni anno ci riporta
dai nostri morti! Nel grigiore e nella pioggia di Novembre, siamo tornati in
quei viali in cui i passi riecheggiano rumorosi; davanti alle lapidi fredde e
uguali – come "paratie" di una diga invalicabile, che separa per
sempre i vivi dai morti. Non è, ogni volta, un urto, un affronto alla nostra
speranza, la assoluta quiete dei Cimiteri? Non tutti hanno una fede tale che
quel silenzio non insinui il dubbio del nulla! Affetti filiali, amori, passioni:
erano così vivi i nostri cari, e ora pesa come il piombo questa pace, qui
dentro. Se ci accompagnano i figli siamo certi poi che credano che quella dei
Cimiteri è un’apparenza, oltre la quale c’è una Vita
Eterna? Già noi, in
tanti, siamo sottilmente toccati dal dubbio del nulla; e questa incrinatura si
trasmette ai figli senza bisogno di parole, con lo sguardo, quasi col respiro!
Ripetutamente il Papa, nei giorni scorsi, parlando dei
Defunti, ha affrontato
quest’urto della morte. «C’è in noi – ha detto – un senso di rifiuto,
perché non possiamo accettare che tutto ciò che di bello e di grande è stato
realizzato durante un’intera esistenza venga cancellato, cada nell’abisso
del nulla!».
Soprattutto, ha aggiunto, «sentiamo che l’amore richiama e chiede l’Eternità,
e non è possibile accettare che venga distrutto dalla morte».
Già, non si può accettare che l’amore per un padre, per un figlio, per una
ragazza, sia annientato dalla morte – come un "file" in un
"computer", se distrattamente lo cancelliamo. L’intollerabilità del
nulla è qualcosa che può capire anche un ragazzo di sedici anni, se si
innamora. È insostenibile questa sola possibilità, quando si vuole bene! E
sembra addirittura una "bestemmia" l’idea che l’amore di una madre
per un figlio falciato in un incidente possa, in un istante, affacciarsi solo,
per sempre, sul vuoto. Eppure quanti, colpiti da un lutto, conoscono questa
disperazione; più che i nostri vecchi, che in tanti, anche non praticanti,
avevano la certezza Cristiana come scritta addosso – qualcosa di ereditato, di
metabolizzato, di indiscusso. E sembra che il Papa sappia bene quali moti e
cadute dello spirito, e solitudini, si consumino, nei giorni dei morti, davanti
alle tombe dove, ha detto, «si affollano i ricordi». Un dolore per il quale
non bastano buone parole o fedi "blande", abituate! La sfida dei
Sepolcri è un "aut aut": è vero o no, ci credi o no, tu, a quella
audace, straordinaria promessa: «Chiunque vive e crede in me, non morirà in
eterno!»? La promessa di un Dio che, ha detto Benedetto
XVI, «si fa così
vicino a noi da non fermarsi nemmeno davanti all’abisso della morte, anzi la
attraversa». È quell’attraversare, Cristo, la morte, e immergercisi,
abitarla e poi uscirne, Risorto, nel fragore di una pietra rotolata, la sola
piena risposta al nostro silenzio davanti alle "nostre" pietre – le
lapidi lisce e fredde. Il mistero del "Terzo Giorno", del Sabato, è
quello impresso nel "lenzuolo" della "Sindone": davanti alla
quale nel "Duomo" di Torino l’anno scorso abbiamo visto Benedetto
XVI in ginocchio, solo, lungamente assorto!
È vero o no, ci crediamo o no, che quell’uomo ha sconfitto la morte? La sfida
dei Sepolcri è radicale! Lì davanti non può bastare una fede ridotta a
morale, valori o generosa solidarietà: tutte cose buone, ma così impotenti e
vane, se quell’uomo morto sulla Croce non è Risorto, davvero. Allora è
giusto, dalle tombe dei nostri cari, lasciarsi interrogare!
«Chi crede in me, anche se muore, vivrà!». Sbalorditiva Parola, umanamente
folle promessa. Non sono in realtà mute, quelle lapidi!
Ripetono tacitamente, insistentemente una domanda: ci credete, voi?