"MISSIONE CINA"

RITAGLI     Pechino, una città ancora "proibita"     SEGUENTE

Come ai "tempi" di Matteo Ricci,
la "capitale" della Cina rimane "cruciale" per il futuro della "missione".

Grattacieli, simbolo di efficienza e modernità, nella nuova Pechino...

P. Gianni Criveller*
("Mondo e Missione", Gennaio 2010)

«Et arrivarono a Pacchino nel fine dell'anno della Cina, che veniva ad essere a’ 24 Gennaro del 1601. Alloggiorno quel giorno in un Palazzo degli eunuchi fuora della porta. (...) Et il giorno seguente fu portato al Palazzo del Re con grande strepito di tutta la città».
Così
Matteo Ricci descrive il suo arrivo a Pechino, la "capitale" dell'"Impero di Mezzo", e il successivo ricevimento presso la residenza dell'"Imperatore" nella "Città proibita". Si trattò del secondo tentativo del "Gesuita" italiano di stabilirsi a Pechino, dopo un primo nel 1599. Stavolta Ricci non avrebbe più lasciato la «grande Capitale del Nord».
L'ascesa a Pechino era stato il grande obiettivo di Ricci. Fin dall'inizio il "Visitatore" dei "Gesuiti"
Alessandro Valignano gli aveva ordinato: «Raggiungi Pechino, stabiliscici una residenza, ottieni dall'"Imperatore" il permesso di predicare il "Vangelo" in tutta la Cina». Un obiettivo che avrebbe scoraggiato chiunque. Ma Ricci non era – e va detto senza un filo di "retorica" – una persona qualsiasi. Era un uomo straordinario, animato da intelligenza, "zelo" e "caparbietà" non comuni: in soli 18 anni, tra difficoltà, insuccessi e opposizioni di ogni genere riuscì nel suo intento.
Tutta la
"missione" di Ricci fu un'ascesa dal Sud al Nord verso Pechino. Quando giunge a Pechino, Ricci era già noto in Cina per i suoi "scritti". L'"Imperatore" Wanli gli concede "udienza" (pur senza farsi vedere di persona) e accetta i suoi doni. Permette, inoltre, a Ricci e ai suoi compagni di diffondere la "religione" del «Signore del Cielo».
Ricci aprì una porta a grandi attese e speranze. Non tutto quello che ha seminato è stato poi raccolto, anche a causa di clamorosi errori e "contraddizioni" da parte della
"Chiesa". La "controversia" dei «riti cinesi», la mancata promozione del "clero locale" e dell'"inculturazione", le infauste conseguenze del "protettorato francese" hanno, in gran parte, vanificato la "via" aperta da Ricci.
Pechino oggi attrae e affascina come ai tempi di Ricci. Con i suoi 15 milioni di abitanti, è una delle città più grandi al mondo, "capitale" della nazione più "popolosa" del pianeta. Una città efficiente ed ambiziosa, sebbene segnata dai mali della "modernità" ("immigrazione", "disuguaglianze", "periferie degradate", "inquinamento"...), e dall'invisibile ma efficace "controllo" sulle persone da parte del "regime" sempre fortemente "totalitario".
Qualche anno fa un libro, intitolato significativamente "Gesù a Pechino", descriveva con entusiasmo la vitalità e l'espansione del "cristianesimo" a Pechino e in Cina (l'autore, David Aikman, si riferiva alle "comunità evangeliche"). Da Pechino ripartiva un grande "movimento missionario", che avrebbe trasformato non solo la Cina, ma tutta l'
Asia, riportando il "cristianesimo" fino a Gerusalemme. Insomma: la Cina e la sua "capitale" rimangono al centro di grandi attese, sogni e progetti per l'"evangelizzazione".
Nel 1695 il "Gesuita" Antoine Thomas scriveva da Pechino, supplicando (inutilmente) il "Papa" di concedere l'uso del "cinese" nella "liturgia" e l'ammissione di "uomini adulti" al "Sacerdozio": «Dall'inizio della "Chiesa" non è sorta una questione di maggiore importanza che la "conversione" della Cina, che da sola supera in numero tutti i "fedeli" della "Chiesa"». Oggi siamo ancora qui: l'"evangelizzazione" della Cina attrae tante persone che vi si dedicano con straordinaria generosità. Eppure Pechino rimane, in un certo senso, ancora una «città proibita». C'è bisogno di imparare ancora tanto dall'"esperienza" e dalla "determinazione" di un "Missionario" come Matteo Ricci.

* Missionario del "Pime", "sinologo", Hong Kong (Cina)