La "lente" della «Caritas in Veritate» per l’Italia

RITAGLI     Con sguardo limpido diretto al "bene comune"     DOCUMENTI

Francesco D’Agostino
("Avvenire", 22/9/’09)

Con la lucidità intellettuale e "pastorale" che gli è propria, il Cardinal Bagnasco, nella "Prolusione" al "Consiglio Permanente" della "Cei", applica alla realtà italiana gli insegnamenti che nella "Caritas in veritate" il Papa ha rivolto a tutti gli uomini di buona volontà. Lo sviluppo "economico-sociale" è una «vocazione indomita e plenaria dell’uomo», che racchiude in sé il desiderio profondamente umano «di essere di più»: è per questo che quella dello "sviluppo" è una strada che consente l’incontro con Cristo. Attenzione, però: esso è autentico solo se "integrale", solo se coinvolge tutto l’uomo e ogni uomo. Non è vero "sviluppo" quello di un mondo "globalizzato" nel quale la ricchezza cresce, ma aumentano in modo vertiginoso le "disparità", economiche e non economiche, tra gli esseri umani. E li costringe alle "migrazioni". Ecco perché lo "sviluppo" mette radicalmente in questione il mondo dell’economia e quello del "sociale": l’economia deve riscoprire in se stessa come esigenze insopprimibili quelle della verità, della carità, del dono; il "sociale" deve superare la logica dell’individualismo "libertario", riscoprire la centralità della famiglia e della "solidarietà" verso i deboli e i perseguitati e non banalizzare questioni (il Presidente della "Cei" dedica un "paragrafo" ai problemi del «fine vita» e della pillola "Ru-486"), nelle quali "etica della vita" ed "etica sociale" si intrecciano indissolubilmente.
La "Prolusione" ricorda la ricorrenza del "150° Anniversario" dell’"Unità d’Italia": un "Anniversario" degno di attenzione, che deve alimentare «la cultura dello stare insieme»; nel contempo, però, essa prende atto, con sofferenza, di come l’Italia sembri ciclicamente attraversata da un «malessere tanto tenace quanto misterioso», che attiva risentimenti e lacerazioni. Spetta ai "politici", nel loro impegno per realizzare il "bene comune", gestire simili situazioni di sofferenza. Il loro ambito di operatività viene qualificato dal Cardinale (in consonanza con il Papa e con una antica tradizione del pensiero "politico" cristiano) come un vero e proprio «campo di missione irrinunciabile e specifico»: è conseguente, quindi, l’invito rivolto ai giovani a impegnarsi non solo nel "volontariato sociale", ma anche nella «politica vera e propria», assumendo come paradigmi di comportamento quelli della misura, della "sobrietà", della disciplina, dell’onore: princìpi, ricorda Bagnasco, perfettamente delineati nell’"Articolo 54" della nostra "Costituzione". La "Chiesa", da parte sua, ribadisce con fermezza il Cardinale, nell’indicare a tutti l’esigenza di riportare serenità nel Paese, non si esimerà mai dal dire pubblicamente ciò che essa ritiene giusto e doveroso dire. È un ammonimento, garbato, ma non per questo non esplicito, a tutti coloro che ritengono che la "Chiesa" – la nostra «Chiesa di popolo» – debba rinunciare all’annuncio pubblico del suo "messaggio". Nel contempo, anche quando senta il dovere di proclamare verità «scomode», la "Chiesa" è sempre mossa dalla consapevolezza di essere amica di tutti gli uomini, proprio perché agisce esclusivamente per il loro bene: «La "Chiesa" non ha avversari». Affermazione forte e profonda, mi permetto di aggiungere, soprattutto in un contesto "socio-politico", nel quale alcuni "laicisti" amano considerare la "Chiesa" non solo come un avversario, ma come quello simbolicamente più detestabile.
Tra le verità «scomode» c’è senza dubbio anche la denuncia del "nichilismo etico". Il Cardinale nega che questa denuncia vada interpretata come se la "Chiesa" volesse qualificare come "nichilisti" tutti gli "agnostici" e gli "atei", spesso portatori di una severa "moralità laica". È però indubitabile che negare un fondamento "trascendente" all’"etica" incrina l’idea stessa di libertà, unico vero fondamento della "morale" e rende immane lo sforzo che accompagna qualsivoglia
"processo educativo". Parlare di Dio ai giovani non è stanca "apologetica", ma il modo più rigoroso per portare alla loro attenzione il problema del senso della vita. In questa rapidissima lettura della "Prolusione", ho intenzionalmente lasciato alla fine una breve citazione sul suo "incipit", nel quale il Cardinale, con severa delicatezza, affronta una vicenda che i lettori di "Avvenire" conoscono bene. Sottolinea come attraverso il recentissimo attacco a Dino Boffo, «impegnato da anni a dar voce pubblica alla nostra comunità», tutti i cattolici siano in qualche modo stati colpiti. Questa vicenda deve essere primariamente interpretata nella logica del «per crucem ad lucem», incontrovertibile regola della "vita cristiana" e unica fonte di consolazione per chiunque sia colpito da un profondo – e immeritato – dolore. È l’ennesima prova che, quanto più i cristiani operano come "luce e sale della terra", tanto più diventano «segno di contraddizione». Meditiamo tutti su questo punto.