Le "responsabilità" dei "credenti"

RITAGLI     L’"opera civile" più grande     DOCUMENTI

Francesco D’Agostino
("Avvenire", 26/1/’10)

Le "feste natalizie" appena trascorse danno alla "Prolusione" con la quale il Cardinal Angelo Bagnasco ha aperto i lavori del "Consiglio Permanente" della "Conferenza Episcopale Italiana" un forte carattere "spirituale" e "pastorale". Non si pensi però che la memoria del "Natale" abbia indotto il "Presidente" della "Cei", e i "Vescovi" riuniti con lui, ad allontanarsi dalla sofferta realtà di queste ultime settimane (contrassegnate dal "terremoto haitiano", dalle dolorose vicende di Rosarno, dalle "sciagure" – e non solo "ecologiche" – che hanno colpito la Liguria, la Toscana, la Sicilia): il "Natale" – si rimarca con energia fin dall’inizio di questa "Prolusione" – è un’occasione fondamentale per il "cristiano" per non estraniarsi dal mondo, per tenere sempre nella sua mente e nel suo spirito quello che è il cuore della sua "fede", il fatto che, in Gesù Cristo, Dio ha definitivamente rivelato la sua volontà di stare con l’uomo, di condividere la sua storia. Queste "parole" di Papa Benedetto, che il Cardinal Bagnasco fa sue, servono a ribadire come la nostra sia una "fede" di "incarnazione"; una "fede" che esige un continuo "confronto" con il mondo.
Chi la professa non può cedere alla tentazione dell’"indifferenza" verso le cose, né è legittimato ad assumere verso i "non credenti" un atteggiamento di "freddezza". Nessuno deve sentirsi ignorato dalla "Chiesa" e di nessuno possiamo dire che non ci interessa.
L’esortazione a inventare modalità nuove di attenzione verso coloro che "non credono" – cosa non facile, ma indispensabile – viene riassunta dal Cardinale col riferimento a uno dei compiti centrali del nostro tempo, quello della «riconciliazione»: un "tema" che precede ogni "tema politico" e ne costituisce nello stesso tempo il fondamento. "Riconciliarsi" non significa solo fare il primo passo verso l’altro, ma (e anche qui sono preziosi i diretti riferimenti alle "parole" del Papa) «assumersi la sofferenza che comporta la rinuncia al proprio aver ragione».
Le ricadute di questo "principio" ci aiutano a mettere a fuoco l’unico modo corretto, per un "cristiano", di pensare alla "politica". Questa, che continua ad essere intesa da parte di un mal inteso "realismo" come l’ordine del "potere", della forza, della persuasione delle "masse", è piuttosto l’ordine della "solidarietà", della "sussidiarietà", della "reciprocità". I successivi riferimenti che il Cardinale fa ad alcune delle questioni più urgenti o più scottanti della società "internazionale" e "italiana" (la questione "ecologica" e "ambientale", quella "bio-etica", quella "educativa", quella "economico-sociale") acquistano una loro corretta configurazione solo in questo quadro di riferimento.
Non si può elogiare la "Chiesa", quando essa si batte per la "salvaguardia" dell’
"ambiente", quando chiede al mondo "economico" di farsi carico seriamente dei bisogni dei soggetti socialmente più "deboli", angosciati dalla perdita del posto di lavoro o quando essa richiama l’attenzione di tutti sull’"emergenza educativa" che caratterizza il nostro tempo e non comprendere le sue ragioni quando stigmatizza la "banalizzazione" dell’"aborto" (l’unico autentico esito della "pillola Ru-486") o la frettolosa e ingiustificata «iniziativa dei registri», che in alcuni "Comuni" e in alcune "Regioni" è indice di indebite fughe in avanti, sulle delicatissime questioni del "fine vita", di timbro palesemente "pro-eutanasico".
Ancora una volta – e può forse essere la "sintesi" di questa "Prolusione" – al centro dell’attenzione della "Chiesa Italiana" c’è anche la "sfera politica". Non però la "politica" pensata come equilibrio di "forze", o peggio ancora come "potere", secondo il tipico paradigma proprio dei "laicisti", al di là del quale i "laicisti" non riescono a spingere lo sguardo. Il Cardinal Bagnasco ci ha parlato di un’altra "politica", ben più autentica e umana; la "politica" che, per citare una sua efficace espressione, è l’«opera civile più grande» che si possa porre in essere al "servizio" degli altri. Un’opera che merita anche il «sogno» di una nuova "generazione" di "cattolici" capaci di presenza e d’impegno.