Occhi "abruzzesi" sul "dramma"

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ogni nostra "madre"

Sopravvissuti al terremoto, ad Haiti si scava tra le macerie...

Giovanni D’Alessandro
("Avvenire", 16/1/’10)

Una fitta al cuore. Un "contraccolpo" che serra le labbra e dilata le pupille. Ecco cos’è Haiti per noi, in questi giorni. Una "concatenazione" d’immagini che si attivano d’istinto e conducono là dove non si vorrebbe andare, nella terra "devastata" del nostro cuore, a Port-au-Prince distrutta dal "terremoto", a chiedersi: quali mani pressate dalla pietra non possono levarsi a chiedere "soccorso"? Quali voci, sempre più "fioche", stanno perdendosi lì sotto, senza che alcun amore, alcuna disperazione gridi loro di non spegnersi, di resistere al "sonno" della morte, di aspettare che altre pietre e masse vengano tolte loro da sopra? Quali "madri" stanno strette lì, in condizioni "inimmaginabili", senza sapere se due metri più in basso, sotto la parete e il soffitto crollati, si è spento o sta spegnendosi il frutto del seno loro?
Per noi
"abruzzesi" Haiti è più dura da vedere. È un "dejà vu", orrendamente amplificato, del "sisma" del 6 Aprile 2009 all’Aquila, con "soli" 308 morti. E con una terrificante certezza: non c’è stato nessuno a soccorrere quella terra tanto più duramente "colpita", nelle prime ore. Nessuno pronto a intervenire da ogni parte, com’è stato da noi, con un’organizzazione "avanzata" e "civile". Adesso ad Haiti stanno arrivando i primi "soccorsi", recando notizie di un "aeroporto" su cui gli aerei non riescono quasi ad atterrare.
E poi ci sono le altre domande, che prendono una direzione "verticale": perché doveva succedere proprio lì, nel "Paese" più povero del
"Centro-America", dove il "disastro" mieterà, a mani basse, un più alto tributo in vite umane, oltre le decine di migliaia già mietute, che si sarebbero salvate altrove? Quale malefica "casualità" ha colpito dove più debole è la struttura della "società umana"? E perché nell’area a più alta "densità abitativa", la "capitale" con 2 milioni di abitanti, anziché in un’area meno popolata?
Sono domande destinate a restare senza risposta.
Però "Qualcuno" disse, 2000 anni fa: «I poveri li avrete sempre con voi»; e non si riferiva alla "povertà economica", né all’illusione, travolta dalla storia, di una società senza "ricchi" e senza "poveri", giacché la "povertà" di cui parlava era un’altra, era l’"umanità" in sé – coi suoi eterni "corollari": "fragilità", "vulnerabilità", "caducità", "mortalità" – condizione di "esilio" dal Suo "Regno". A queste parole, soltanto, possiamo affidarci per trovare un senso alla "tragedia" di Haiti e rammentare il "comandamento" di "farci prossimo" agli altri e di agire, concretamente, ora e da qui, senza abbandonarci all’"inerzia". Solo questo può avvicinarci alle "madri" di Haiti sepolte sotto le "rovine" che chiamano senza voce. Ai loro occhi che si spengono e non vogliono spegnersi. Alle loro braccia che resistono al lungo "sonno" per stringere, un’ultima volta e come tante altre, i bambini.
Oltre questo "imperativo morale" di agire, noi non possiamo andare, né è lecito interrogarci. Se volessimo farlo, gridando per Haiti le parole di un grande "poeta" del "1900",
Wallace Stevens, abbracceremmo, per mai lasciarla, ogni sepolta "madre" di Haiti, «nel cui ardente seno ravvisare / ogni nostra madre terrena / che vegli insonne, oltre il tempo, per noi».