Il "filo" della "solidarietà" oltre il "tempo" e la "disperazione"
"L’Aquila
1703" e "2009", "Haiti 2010"
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Giovanni
D’Alessandro
("Avvenire",
5/2/’10)
Nel 1703, ai primi di Febbraio,
si verificava la "tragedia" del più grande "terremoto"
che L’Aquila
abbia affrontato nella sua storia; l’"antecedente", molto più
spaventoso, con un "tributo" in vite umane stimato in 2500-3000 morti,
di ciò che sarebbe successo tre secoli dopo, il 6 Aprile del 2009, mietendo 308
vittime. Ininterrotte "scosse" susseguitesi dal 14 Gennaio all’8
Febbraio, con uno spaventoso "apice" il 2, giorno della "Candelora",
portavano al "calvario" la stupenda città, con rovina delle imponenti
architetture "romaniche", "gotiche" e
"proto-barocche" che si era data nel tempo.
Il "volto" dell’Aquila che il mondo conosce dall’anno scorso è
infatti quello successivo, assunto con le grandi "fabbriche" – i
"cantieri", si direbbe oggi – di "riedificazione", nei
decenni successivi al 1703; oltre a ciò che rimane dell’"antico",
scampato a quel "sisma". Nel 2009 un’"icona" della città
ha fatto il giro del mondo: quella della "Prefettura", che nel 1703
era il complesso "conventuale" degli "Agostiniani", con l’"architrave"
recante la scritta "Palazzo del Governo", frantumatasi in più punti e
posizionatasi in modo "sbilenco", ad altezze diverse, sulle
sottostanti colonne: silenzioso monito del fatto che l’uomo non governa la
"natura"; litico "monumento" alla sua impotenza, nell’impero
della "tecnologia". Il "terremoto" ha restituito tutti alla
propria "pochezza". Ha ucciso. Ha ferito. Ha sottratto. Ha percosso
duramente. Ha sconvolto esistenze. Ha posto tutti di fronte alla
"labilità" e "transitorietà" della vita, a un trascorrere
della scena del mondo a occhi aperti, prima di quando gli "spettatori"
se ne accorgono di solito, chiudendoli per sempre. I "Documenti" del
1703 non ci restituiscono direttamente lo stato in cui venne a trovarsi la
popolazione dopo il "terremoto". In un’umanità oppressa da una
struttura sociale "violenta", la sofferenza dei "poveri",
degli "analfabeti", che rappresentavano la maggior parte degli
abitanti, trovava "obliquamente" cittadinanza in quelle
"pagine", recanti la "firma" di "nobili" mandati
quali "commissari" dal "Vicerè" di Napoli, di
"autorità locali" o di "prelati". Il loro "grido"
era paragonabile a quello di una "bestia" d’oggi al
"macello".
Veniva da una folla di anonimi esseri "dolenti", senza
"volto"; privi di riferimenti "culturali", schiacciati
contro una "quotidianità" divenuta ingestibile, e probabilmente
"espropriati", oltre che degli ordinari mezzi di
"sussistenza", anche della parola di "Chi", 1700 anni prima,
aveva detto di loro: "Gli ultimi saranno i primi!". L’Aquila era
senza "Vescovo" da due anni. Ma davanti ai "Conventi" e alle
"Chiese" distrutte o inagibili, anonimi "Religiosi", anch’essi
senza "volto", amministravano la "carità", dando quello che
non avevano per se stessi ai "derelitti", molto accresciuti di numero,
che lì si recavano a "questuare", come avveniva prima del
"terremoto". Sono i "poveri" di Haiti
di oggi, che inseguono gli aerei quando lanciano i pacchi. Sono i
"disperati" che assaltano i "camion" a Port-au-Prince.
Sono i "derelitti"che s’insinuano tra le "rovine" per
tentare di recuperare o rubare qualche oggetto. Sono la stessa cosa, in mutate
forme. Si affollavano, nel 1703, davanti alle 99 "Chiese" dell’Aquila
e ai "Conventi", dalle cui "rovine" i "Religiosi"
non volevano andarsene per non abbandonare la popolazione colpita, proprio come
oggi si è rivisto coi "Missionari" e "operatori umanitari"
ad Haiti. Quattrocento "Monache" – si legge in una
"relazione" del Marzo 1703 – sistemate alla meglio in «mal composte
baracche negli horti davanti a’ conventi», crollati o inagibili, «stanno
tenacissime nelle loro abitazioni et ostinate in voler morire dove hanno
professato», cioè preso i "voti". Aiutati da loro, con la stessa
"tenacia", gli uomini andavano «disponendo gli "animi" al
meglio che possono» – dice l’"estensore" della
"relazione" – «per far "risorgere" la città».