L’"Anno" che inizia, la nostra "Vita" tra "nuovo" e "vecchio".
E il "Messaggero"

RITAGLI     La "finestra" dell’"attesa"     DOCUMENTI

Alessandro D’Avenia
("Avvenire", 2/1/’11)

«L’Imperatore ha inviato a te, misero Suddito, minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze dal Sole Imperiale, un Messaggio dal suo letto di morte!». Così comincia uno dei Racconti più suggestivi di Kafka. Il Primo dell’Anno tutti ci trasformiamo, almeno per il tempo di un brindisi, in quel destinatario. Chiudiamo un Anno vecchio, e brindiamo al nuovo, con un vestito nuovo. Buttiamo via le cose vecchie e speriamo ne nascano di nuove, in noi e attorno a noi: Anno nuovo, Vita nuova!
Ma durante il brindisi un bicchiere di "champagne" si rovescia e il vestito nuovo è già vecchio. Dopo una Notte di luci artificiali e piatti rotti, le cose nuove ritornano vecchie: Anno nuovo, Vita vecchia! Le cose di ieri sono rimaste lì, niente le ha rinnovate, salvate dall’usura, redente. Eppure il nostro "Dna", fatto d’
attesa, aspetta ancora.
Anche se (o proprio perché) le cose si rovinano, le persone escono di scena, aspettiamo qualcosa dal
tempo che il tempo non inghiotte, comunque lo vogliamo chiamare: evoluzione, progresso, felicità...
Ma che fine ha fatto il Messaggero?
«Si fa strada nella folla; se lo si ostacola, accenna al petto su cui è segnato il sole, e procede. Ma la folla è enorme! Se avesse via libera, come volerebbe! Presto ascolteresti i magnifici colpi della sua mano alla tua porta. Ma invece come si stanca inutilmente! Cerca di farsi strada nelle stanze; non riuscirà mai a superarle; e anche se gli riuscisse non si sarebbe a nulla; c’è ancora da attraversare tutti i cortili; e anche se riuscisse – questo mai potrà avvenire – c’è tutta la Città Imperiale davanti, il centro del mondo, ripieno di tutti i suoi rifiuti. Nessuno riesce a passare di lì e tanto meno col Messaggio di un morto!».
Siamo fatti per il nuovo eppure questa novità è impossibile. La vita rimane la stessa e, anche quando sussulta, ben presto quella rinascita passa e si dimentica. Ci prende la malinconia, o forse ci resta solo la malinconia dell’attesa inappagata e così si conclude il Racconto, come la vita: «Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera!».
Sai di essere destinatario di «qualcosa di nuovo» nascosto «nel grembo dell’ignoto», direbbe
Baudelaire. Vuoi una Vita rinnovata e sai che c’è un segreto per te e te solo, che può salvarti, come Dante quando vide Beatrice e fu l’inizio di una «Vita nuova»: liberata da abitudine, stanchezza, noia. Questo è salvarsi, questo è essere redenti: l’ingresso prepotente, nel vecchio della mia Vita, del nuovo che inaugura tutto, ogni giorno, trasformando la prosa quotidiana in versi epici. Ma nessuno bussa alla porta. Te ne stai lì in attesa, illuso e disilluso. «Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?», così descriveva Pavese questo malinconico e doloroso paradosso. L’inizio del nuovo Anno ci spinge ad affacciarci alla finestra dell’attesa, perché troppo spesso ci dimentichiamo di quella finestra, dalla quale, a scrutare bene, a prestare attenzione nel "rumorìo", si vede qualcuno, si ode qualcosa nella penombra: «Ecco, io sto alla porta e busso: se uno ascolta la mia voce e mi apre, io entrerò da lui e cenerò con lui, ed egli con me!» ("Ap 3,20"). Ecco l’atteso!
Il Messaggero però non ha un Messaggio: il Messaggio è lui stesso, che ha attraversato «il centro del mondo» ripulendolo da «tutti i suoi rifiuti», e vuole cenare con me. Mi racconta che l’Imperatore non è morto e io sono Figlio dell’Imperatore. Poi sorride e dice che è lui stesso l’Imperatore, a cena con me: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose!» ("Ap 21,5"). Anno vecchio, Vita nuova!