TESTIMONIANZA

Marguerite Barankitse è "tutsi",
ma nel suo Paese ha soccorso ventimila bambini di ogni "etnia",
aprendo dal 1993 a oggi decine di "luoghi d’accoglienza" ed un "ospedale".
Ora la sua "Ong", «Casa Shalom», opera per la riunificazione delle famiglie,
divise da 40 anni di guerra non dichiarata.

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«Ci sono stati momenti difficili.
Ma ogni volta che volevo "ribellarmi", i bambini mi salvavano.
Credo che siano loro i miei "angeli custodi"».

Jean-Baptiste De Fombelle
("Avvenire", 2/9/’09)

Fondatrice in Burundi della "Casa Shalom", una "Ong" non "confessionale" che accoglie ed educa gli orfani di guerra e dell’"Aids", Marguerite (Maggy) Barankitse prese la decisione della sua vita nel 1993, quando il Paese era sconvolto dai massacri fra "tutsi" ed "hutu". Nata nel 1953 nella regione di Ruyigi, di etnia "tutsi", ha soccorso finora ventimila bambini, aprendo decine di case di accoglienza e un ospedale. Oggi opera per la riunificazione delle famiglie divise dalla guerra.

Com’è riuscita a superare decenni di violenza nel suo Paese, senza cadere nella stessa "spirale"?

«Il Burundi ha conosciuto massacri "inter-etnici" fra "hutu" e "tutsi" fin dal 1965. All’epoca dei massacri del 1972 io non capivo granché, ma anche a 16 anni ci si rende conto delle ingiustizie sociali. E da cristiana cominciavo a interrogarmi. Era perlomeno strano che si fosse smarrita la compassione. Io sono "tutsi", avevo amici "hutu" ai quali dicevano che il loro papà era stato "portato via". Ma nessuno reagiva. Allora decisi da sola di avvicinarmi a quegli amici e di accompagnarli con dolcezza nella loro sofferenza. Nel 1979 sono diventata insegnante. E poi, a 23 anni, ho cominciato a riunire dei bambini a casa mia: 4 "hutu" e 3 "tutsi". La prima è stata Chloé, la mia "figlia maggiore". A 13 anni aveva perso la mamma, mentre il papà era stato assassinato quando ne aveva 6. Alla mia famiglia dissi: "Vorrei che diventasse mia figlia o la mia sorellina!". Mia mamma era profondamente cristiana. Quello che ho fatto me l’ha insegnato lei. Era rimasta vedova a 24 anni ma non era mai triste, ci ha sempre spiegato che papà era sempre con noi, presente in un altro modo, che l’altro è nostro fratello o nostra sorella, che siamo stati creati per amore e per amare. E poi all’improvviso, a scuola, hanno cominciato a darmi della "traditrice". Mi hanno persino sospesa dall’incarico. Ho sporto denuncia. Non mi ero accorta quanto la società del Burundi fosse "disintegrata"».

Che cos’è successo quel 24 Ottobre 1993, che ha segnato così profondamente la sua vita?

«Il 21 Ottobre il primo Presidente democraticamente eletto, Melchior Ndadaye, un "hutu", è stato assassinato dall’esercito "tutsi". Fin dal 22 Ottobre gli "hutu" del villaggio si sono sollevati. Hanno cominciato a uccidere i loro vicini "tutsi". Cercavo di dire loro che non era colpa nostra, che dovevamo piuttosto prenderci per mano e spiegare ai politici che non dovevano condurci al "baratro". Purtroppo non mi hanno ascoltato. La mia famiglia è stata massacrata. Sono fuggita con i 7 bambini perché nessuno mi voleva, dato che avevo bambini di entrambe le parti. Dicevo: "Sono anzitutto cristiana. Dobbiamo perdonarci gli uni gli altri!". Sono andata in "Episcopato", dove lavoravo, ho incontrato i miei colleghi "hutu". Ho detto ai Preti che saremmo rimasti insieme. Purtroppo quella Domenica mattina del 24 Ottobre ho visto arrivare i "tutsi". Subito ho detto agli "hutu" di andare a nascondersi nel "contro-soffitto" di un salone. Da dietro le tende ho riconosciuto alcune persone e sono uscita, convinta che mi avrebbero ascoltata. Ho detto: "Sentite! Quello che è stato è stato. Non possiamo rispondere alla violenza con altra violenza!". Non mi hanno dato ascolto. Mi hanno aggredito e hanno incendiato la sala dove avevo nascosto gli altri. Allora, a uno a uno, sono stati costretti a uscire. E li hanno assassinati tutti davanti a me. Stavano cominciando a uccidere persino i bambini, ma mi hanno portata in disparte e ho pagato alcuni giovani tra gli assassini. E quelli li hanno nascosti. Il momento decisivo è stato quando ho visto Juliette, una mia cara amica "tutsi", che aveva deciso di seguire il marito "hutu". Prima di morire mi ha guardato: "Maggy, penserai tu ai miei figli Lisette e Lydia!". Mi sono detta: bisogna fare qualcosa in questo Paese, bisogna cercare di voltare la pagina che ci fa male e di far crescere questi bambini perché diventino piccole "fiammelle di luce", una nuova generazione per un’autentica "riconciliazione". 15 anni dopo, ci sto provando. Non è stato facile ma oggi posso dirlo: ha trionfato l’amore. Lisette avrà il suo "diploma", è cresciuta, e anche Lydia. Domani c’è la cerimonia della "dote" (il "fidanzamento", "ndr") di mio figlio Alexis, che ha perso i genitori "tutsi". E oggi ricostruiamo, lentamente, il Paese».

Come spiega il mistero che le permette di passare da una "ferita" così profonda, al "perdono" e alla "pacificazione"?

«Credo sia la "grazia". Dio ha voluto che lo facessi. Quando ripenso alla mia vita di ragazza, mi accorgo che era guidata da una mano assolutamente "provvidenziale" e che Dio mi ha veramente preparato. Ma è un lavoro di lungo respiro. Ci sono stati momenti molto difficili. Ma ogni volta, negli occhi dei bambini, vedevo come un "appello". Quando mi volevo ribellare, loro mi riprendevano. Credo che siano i miei "angeli custodi". Dio ha lavorato attraverso quei bambini. Nei momenti di sconforto ho pensato a San Paolo: "La mia grazia ti basti!". Ogni mattina dico al Signore: "Tu fai risplendere le tue meraviglie: fa’ che io non ponga ostacoli!". Quando mi hanno circondata per assassinarmi, la mia preghiera è stata la stessa. Oppure recito i "Salmi di Lamentazione". Mi ricordo che è il Dio di tenerezza e di misericordia, pieno d’amore e bontà, lento alla collera, sì, lentissimo alla collera…».

Ha la sensazione che l’assenza di odio, di desiderio di vendetta e di collera sia un grande aiuto nelle sue "ambizioni" per questi bambini?

«Ma io mi arrabbio! Se c’è una donna che va su tutte le furie, quella sono io! Mi arrabbio di fronte alle "menzogne". Ad esempio nelle riunioni dove si apre la bocca solo per far passare aria! Non c’è carità senza verità. Gesù stesso s’è infuriato. È stata la "menzogna" a portare questo Paese a 40 anni di guerra non dichiarata. Bisogna sempre denunciare la "menzogna" senza odiare, senza infierire sul "malfattore", amandolo com’è. E poi Dio non mi chiede di farmi carico del Burundi, né dei "criminali"! Mi chiede soltanto di amarli. Così come sono!».

(Per gentile concessione del quotidiano «La Croix» - Traduzione di Anna Maria Brogi)