Il "Pianeta" è in «riserva»?
Meno "catastrofismi", occorre "solidarietà"

RITAGLI     Il problema è l’"ingiustizia",     DOCUMENTI
non il mondo che casca

Gerolamo Fazzini
("Avvenire", 25/9/’09)

Fermi tutti. Oggi è l’«Earth Overshoot Day», ossia il giorno dell’anno in cui, stando ai ritmi attuali dei "consumi", l’umanità finirebbe il "capitale naturale" a disposizione, cominciando a ipotecare quello futuro. In altre parole, come ha titolato un quotidiano ieri, «la Terra entra in riserva».
Quello lanciato dal "Global Footprint Network" è solo l’ultimo della serie. In questi anni si sono susseguiti inviti perentori a ridurre l’impatto "ambientale" e previsioni catastrofiche circa l’uso smodato delle "risorse naturali". Al netto di taluni "slogan" di sapore "neo-malthusiano" («riduciamo i commensali della terra per inquinare meno»), dietro molti "appelli" è possibile leggere l’intento, stavolta pienamente condivisibile, di salvaguardare quello che noi cristiani chiamiamo
"Creato".
Eppure. C’è da chiedersi perché – nonostante gli interventi di "star" e di politici importanti (ultimo
Barack Obama all’"Onu") – fatichi così tanto ad affermarsi una vera coscienza "ecologica". C’è il sospetto che servano strade nuove: meno "apocalittica", più "solidarietà". Per chi crede, l’uomo, fatto a immagine di Dio, ha la possibilità di giocare i suoi "talenti", a partire dalla ragione, inventando nuove risorse a partire dai beni del "Creato". Se fino a ieri materie prime come silicio, "coltan" e litio erano inutilizzate, oggi che "Pc" e "telefonini" hanno invaso il mondo e si va verso l’"auto elettrica" su larga scala, non è più così.
Il punto vero è un altro e chiama in causa la libertà umana. A fronte di un uso aggressivo delle "risorse" vecchie e nuove, può però esserci un loro consumo più sobrio e ispirato alla "condivisione". Dipende dalla risposta che si dà alla famosa "domanda-battuta" di Woody Allen: "Cos’hanno fatto i miei posteri per me?". Mi interessa farmi carico delle prossime generazioni?
Meglio: l’uso delle "risorse" dev’essere parsimonioso perché ho paura che mi cada il mondo addosso o perché credo in una "fraternità universale" che dà a ciascuno pari diritti e doveri?
Benedetto XVI, in un "video-messaggio" indirizzato ieri alla sessione sui "cambiamenti climatici" dell’"Assemblea Generale" dell’"Onu", ha parlato chiaro: «È indispensabile che l’attuale modello di sviluppo "globale" sia trasformato attraverso una è più grande, e condivisa, accettazione di responsabilità per la "creazione": ciò è richiesto non solo dai fattori "ambientali", ma anche dallo scandalo della "fame" e della miseria umana».
Non è forse, allora, più costruttiva ed efficace, in ordine alla formazione di una coscienza "ecologica", un’educazione alla "solidarietà" e al "bene comune", invece di far leva sulla paura? Serve altro, quindi, perché una coscienza "ambientale" autentica metta radici profonde. Nell’"Omelia" dell’
"Epifania" 2008 il Papa l’aveva espresso così: «C’è bisogno di una speranza più grande, che permetta di preferire il "bene comune" di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti.
"Questa grande speranza può essere solo Dio". Se c’è una grande speranza, si può perseverare nella "sobrietà"».
Non si cambia stile di vita sulla base di richiami "moralistici" o in risposta a paure più o meno razionali, ma solo partendo dalla propria domanda di felicità. Fateci caso: molti dei libri che invitano alla "sobrietà" o alla tanto mitizzata "decrescita" (che, peraltro, la
"Caritas in veritate" rinnega) hanno aggiunto, nel tempo, l’aggettivo «felice» nel titolo. Solo una "coincidenza"?