Il 9% della "popolazione", soprattutto "donne",
vive e lavora all’"estero"

PRECEDENTE     Filippine, generazione senza "madri".     SEGUENTE
L’"emigrazione" è una risorsa e una ferita

Preghiera di speranza, tra i bambini delle Filippine...

Gerolamo Fazzini
("Avvenire", 23/12/’09)

«Le "rimesse" dei nostri lavoratori all’estero tengono a galla la nostra economia, ma la continua crescita dell’"emigrazione" distrugge la società». Quando ho letto questa "dichiarazione" di Padre Joaquin Valdes, "Rettore" dell’"Università Cattolica" di "San Tommaso" (Manila), si sono immediatamente affacciate alla mia mente le immagini di un recente viaggio nelle Filippine. Ricordo molto bene la visita ad alcune famiglie nella cintura "periferica" della capitale. Il "Missionario" del "Pime" che mi accompagnava puntualmente mi andava informando sul numero dei famigliari assenti perché all’estero. E, altrettanto puntualmente, i giovani e le ragazze interpellati non facevano nulla per nascondere il loro desiderio più grande: "espatriare". Quella dei lavoratori all’estero per le Filippine è, al tempo stesso, una "risorsa" preziosa e una "ferita" aperta. In pochi "Paesi" al mondo si percepisce – come qui – tutta l’ambiguità del fenomeno "migratorio". Le Filippine, infatti, sono il "Paese Asiatico" col più alto tasso di "emigrazione": oltre 10 milioni di lavoratori, partiti alla volta di ben 190 "Paesi" per sfuggire a una "disoccupazione" dilagante. Stiamo parlando del 9 per cento della popolazione, una percentuale notevolissima. Oggi lasciano le Filippine circa duemila persone al giorno, soprattutto giovani con scarsa istruzione e un’approssimativa preparazione "professionale": un’autentica "emorragia". Se il "trend" attuale non sarà invertito e l’economia "locale" non darà segni di risveglio, la percentuale di popolazione "emigrata" potrebbe a breve avvicinarsi al 12 per cento.
Si aggiunga il fatto che due su tre di questi "pendolari globali" sono donne e si avrà un’idea delle ripercussioni sociali pesantissime che il lavoro all’estero produce a quelle "latitudini". La lontananza da casa dei genitori incide sull’"educazione" dei piccoli, spesso affidati a nonni e parenti e non di rado la separazione "forzata" di mogli e mariti incrina irreversibilmente i matrimoni, producendo effetti devastanti sui figli. Un fenomeno, quello della "generazione" senza "madri" («Motherless Generation»), cui anche l’insospettabile "Time" ha dedicato un’approfondita "inchiesta". Il punto è che, almeno a breve, il fenomeno appare inarrestabile. Il "Governo" di Manila celebra i lavoratori "migranti" come "eroi" e ogni anno ne premia alcuni, additandoli a modello "nazionale". E non è difficile comprendere il motivo, alla luce degli oltre 14 miliardi di dollari inviati nel solo 2009. Nonostante la "crisi", le "rimesse" rivestono tuttora un ruolo determinante nell’economia filippina.
Secondo quanto riferisce l’Agenzia
"Asia News", nello scorso Ottobre, per sostenere i famigliari colpiti dalle "alluvioni" i "migranti" hanno mandato in patria ben 1,2 miliardi di dollari.
In questi giorni "natalizi" – facile immaginarlo – si farà ancora più acuto il dolore per il distacco "forzato" dalla famiglia che migliaia e migliaia di "immigrati" provano. Nel caso delle Filippine, saranno loro, le donne, a chiamare i figli da cui sono separate, a commuoversi nel sentirne la voce lontana. Donne costrette a vivere l’ennesimo "Natale" lontano da casa e dagli affetti per poter garantire un futuro meno "precario" ai figli e al marito. In questi giorni di "Natale", non sarà difficile incrociare lo sguardo di donne filippine nelle "Chiese" o sugli "autobus". È lo sguardo di chi, se davvero fosse stato "aiutato a casa sua", avrebbe preferito alzarsi all’alba per partecipare alla "Messa del gallo", anziché mangiare un "panettone" che, inevitabilmente, ha il "retrogusto" amaro della "solitudine".