DA ASSISI, "TESTIMONI" DI "FEDE"...

RITAGLI     Ma Dio non è «cosa nostra»!     DOCUMENTI

Da Assisi, Benedetto XVI ha richiamato all’urgenza di «purificare la fede», per essere "credibili".
E "riallacciare", così, il "dialogo" con chi non crede.

Papa Giovanni Paolo II, con i Rappresentanti delle Grandi Religioni, all'Incontro Mondiale di Preghiera per la Pace, il 27 Ottobre del 1986, ad Assisi...

Gerolamo Fazzini
("Mondo e Missione", Dicembre 2011)

L'estate scorsa, durante il "Viaggio" in Germania, Benedetto XVI aveva lanciato una sorprendente provocazione! Parlando degli "Agnostici", li aveva definiti «persone più vicine al Regno di Dio di quanto lo siano i fedeli "di routine", che nella Chiesa vedono ormai soltanto l'apparato, senza che il loro cuore sia toccato dalla fede».
Ad
Assisi, il 27 Ottobre scorso, durante il «Pellegrinaggio della Verità e della Pace» – al quale ha invitato sia i Rappresentanti delle diverse Tradizioni Religiose, sia alcuni "non credenti" – , Papa Ratzinger è tornato a scuotere i "Battezzati". Ad essi ha ricordato che i "non credenti" «chiamano in causa anche gli aderenti alle Religioni, perché non considerino Dio come una proprietà che appartiene a loro». Ed ha aggiunto: «Che essi non riescano a trovare Dio dipende anche dai "credenti", con la loro immagine ridotta od anche "travisata" di Dio». Di qui l'appello del Papa a «purificare la propria fede, affinché il vero Dio diventi accessibile!».
Quando parla di "non credenti", Benedetto XVI non sta pensando a una certa forma di "Ateismo" di moda oggi, all'"Anti-Clericalismo" di ritorno, o al "non credente" polemico (stile "Odifreddi"). Bensì a persone che «soffrono a motivo della Sua assenza e, cercando il vero e il buono, sono interiormente in cammino verso di Lui». A queste persone il Papa guarda come a interlocutori preziosi, in quanto «tolgono agli "Atei" combattivi la loro falsa certezza, con la quale pretendono di sapere che non c'è un Dio, e li invitano a diventare persone in ricerca, che non perdono la speranza che la verità esista».
La "Giornata" di Assisi, a 25 anni di distanza dalla memorabile intuizione di
Giovanni Paolo II, ci chiama, ancora una volta, a purificare lo sguardo! Dopo la stagione della "Cattedra dei non credenti" e della "Pastorale dei lontani", è sensazione diffusa che la Chiesa in Italia si sia un po' ripiegata su di sé, quasi a leccarsi le ferite, preferendo risolvere i guai di casa prima che allargare lo sguardo sul mondo. Si spiega così, a mio avviso, un preoccupante calo di tensione Missionaria, percepibile da molti segnali (Don Bruno Maggioni ne parlava nella "Riflessione" di Novembre, su "Mondo e Missione"). Il "Discorso" del Papa ad Assisi, da questo punto di vista, ci interpella con forza. Come "credenti", infatti, portiamo la responsabilità della fede ricevuta: guai a noi se la sotterrassimo, come il personaggio della nota "Parabola Evangelica" fa col "talento" ricevuto. Una fede, che non è tradotta in opere, è morta!
Ma, d'altro canto, una fede che dimenticasse la sua origine (dono di Dio, e non qualcosa di meritato) sarebbe esibizione indebita di orgoglio "identitario". Insomma, afferma il Papa: siamo chiamati ad annunciare il
"Vangelo", ben coscienti però che non ne deteniamo la "proprietà", e che «Dio è sempre al di là di ciò che possiamo afferrare o esprimere di lui», come ci ricordava nell'"Intervista", pubblicata sul "Numero" di Ottobre, Padre Jean-Marie Ploux. Detto altrimenti: se nelle nostre parole, azioni ed omissioni il "non credente" vede un Volto di Dio diverso da quello autentico, annunciato da Gesù di Nazareth, stiamo dando "contro-testimonianza". In una parola: diventiamo "scandalo" per chi non crede! Perché possa essere accolta, la Parola del "Vangelo" – che noi traduciamo, giorno dopo giorno, con la nostra vita – deve poter essere letta e compresa, al di là delle nostre ineliminabili fragilità, anche da chi non crede.
Vale in
Italia, come nel "Sud del Mondo"! Forse tanti, troppi ostacoli all'accoglienza del "Vangelo" nascono da una cattiva testimonianza, o da una modalità inadeguata con la quale è presentato. Tutto questo chiama in causa la Missione stessa: il modo con cui il dialogo è condotto, non meno che le forme dell'"inculturazione". Sotto questo profilo, sarà interessante vedere come l'appello lanciato dal Papa ad Assisi riecheggerà alle diverse "latitudini"!