Haiti sei mesi dopo

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e dell’"inettitudine"

Le macerie della Cattedrale, a Port-au-Prince! Nello sguardo dei bambini di Haiti, impegno e desiderio di vita nuova... Panoramica su una bidonville di Port-au-Prince, qualche anno prima del terremoto!

Giorgio Ferrari
("Avvenire", 13/7/’10)

A sei mesi dal "sisma" del 12 Gennaio le "immagini" di Haiti che scorrono sugli schermi delle televisioni di tutto il mondo sono assurdamente simili a quelle che vedemmo con i nostri occhi a poche ore di distanza da una "tragedia" che cancellò la "vita" di almeno 200mila persone, lasciando sul terreno 300mila "feriti" e un milione e 900mila "senza-tetto". Difficile immaginare uno spettacolo più "desolante".
Per comune ammissione – dal
"Nunzio Apostolico" Auza, all’"Avsi", a "Médecins Sans Frontières", a "Save the Children" – poco o nulla è cambiato da quei giorni di "morte" e di "sventura". Due milioni di persone sono ancora "accampate" a Port-au-Prince e nei "villaggi" vicini, il popolo dei "senza-tetto" che trova riparo sotto un "telo" di due metri quadrati può dirsi ancora fortunato rispetto al più vasto popolo che una "tenda" non ce l’ha neppure; 800mila bambini vagano per la "capitale" senza meta, senza "aiuto", senza "guida", preda fin troppo facile dei "commerci" più turpi: quello degli "organi" – fiorente in tutto il mondo – che all’indomani del "sisma" trovò un nuovo "Eldorado" ad Haiti, così come si intensificò il "traffico" di bimbi attraverso la "frontiera" con Santo Domingo.
Quanto agli
"aiuti internazionali", reclama Bill Clinton, dei 13 miliardi di "dollari" promessi dai "donatori" ne sono arrivati solo un decimo, dei 120mila "alloggi temporanei" previsti ne sono stati montati solo duemila. Quasi tutto è ancora fermo, nemmeno le "macerie" (quasi 20 milioni di metri cubi nella sola "capitale") sono state rimosse. Non è finita: stanno per giungere nei Caraibi gli "uragani" che ogni anno spazzano il "Golfo" e le "piogge torrenziali" non fanno che peggiorare una "viabilità" pesantemente compromessa fin dal giorno del "sisma": per spostarsi da "Cité Soleil" a "Petionville", ovvero dal più degradato degli "slums" della zona "portuale" all’"insediamento" sulla collina che ha avuto danni relativamente modesti dal "sisma", possono occorrere quattro o cinque ore per sei chilometri di percorso. È un miracolo, dicono gli "osservatori internazionali", che non sia esplosa la "rivolta", e che un’"epidemia" non abbia falcidiato la popolazione.
Di fronte a questo "sfacelo" è impossibile non domandarsi se vi sia un "responsabile", o forse più d’uno. Per pura misericordia limitiamoci a dire che a frenare ogni "iniziativa" è la "decrepita", e "corrotta", "burocrazia Haitiana", capace solo di incamerare soldi e di non spenderli, di appropriarsene e nasconderli, di usarli malamente, di bloccare "progetti", "iniziative" (la
"Cattedrale", due "Seminari", per fare solo un esempio, attendono un fantomatico "certificato di sicurezza"), di lesinare sui "permessi" e le "licenze", di litigare sulla composizione della "commissione" che dovrebbe sovrintendere alla "ricostruzione", ovvero il peggior scenario da "Terzo Mondo" che avremmo tanto preferito non dover vedere.
Questa è Haiti, a sei mesi dal "sisma", allegoria della "follia umana" e di una "vergogna" collettiva che mette i brividi, per raffigurare la quale più che i concitati "reportage" delle "tv satellitari" sarebbero più appropriate le "tele" brulicanti di sofferente "umanità" di "Bruegel il Vecchio".
Eppure, nonostante questa mesta "ricorrenza", esiste un’altra Haiti, nemmeno troppo sepolta sotto le "macerie" dell’"inettitudine umana". È la Haiti della
"solidarietà", delle piccole, piccolissime cose, delle scuole riaperte sotto un "telone" di plastica, delle case "traballanti" e "sghembe" rimesse in piedi a "mani nude", del "commercio" minuto, dei "mercatini" improvvisati che riaprono, della "festa popolare" di fronte al ripristino della "luce elettrica" in un "quartiere" rimasto per mesi al buio, della "mano" generosa e quasi sempre lontana dai "riflettori" di chi sta aiutando gli "Haitiani" a ricominciare daccapo. La "vita", cioè, più forte di ogni "inettitudine" e di ogni "orrore". E sarà quella, alla fine, a prevalere sulle "macerie" e le "miserie" degli uomini. Su questo non abbiamo alcun dubbio.