Ricordo di un "Natale" fra i "cristiani" del Ciad

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Immagine della Natività, nella cultura africana...

P. Piero Gheddo, "Pime"
("Avvenire", 20/12/’09)

"Natale" 1976 in Ciad, povero "Paese" appena a "Sud" del deserto del "Sahara". La maggioranza dei "ciadiani" sono "musulmani" o "animisti", i "cristiani" piccola "minoranza". Ma il "Natale" è vissuto da tutti come una festa. La "capitale" N'Djamena è una città del deserto, caldo e sabbia sono ovunque, anche a "Natale", che però climaticamente è il miglior periodo dell’anno.
La "Chiesa Parrocchiale" del quartiere "periferico" di
Kabalaye, costruita e gestita dai "Gesuiti" lombardi, è un’imponente costruzione ad "anfiteatro", con una cupola ovale dalle ardite "nervature" in leghe metalliche leggere, le mura in "cemento armato", il tetto di fogli di plastica.
La vigilia del "Natale" 1976, il vasto cortile e la "Chiesa" della "Missione" si riempiono di "popolo", comunità di villaggio che vengono anche da lontano. Già prima della "Messa di Mezzanotte" nella "Chiesa" non entra più nessuno e nel cortile sono accampati centinaia di "fedeli".
La gioia della festa e del ritrovarsi assieme esplode. Il "popolo cristiano", che viene da un anno di isolamento, di fatiche, di "miserie", si scatena nel canto, nelle danze, nella percussione dei tamburi e dei "balafon", nel suono dei pifferi.
L’interno della "Chiesa" di Kabalaye è un mare in tempesta: la gente canta tutta assieme, molti danzano, ciascuno fa più rumore che può battendo ritmicamente le mani e i piedi per terra nell’accompagnare i canti della "corale", che sono i nostri antichi "canti natalizi" tradotti nelle "lingue locali". La gioia è straripante, contagiosa, acre e densa la polvere che si alza dal pavimento, il ritmo dei tamburi e dei "balafon" travolgente.
In "Sacrestia" siamo quattro "Sacerdoti" pronti ad uscire per la "Messa". Ma come si fa, in quella "baraonda" indescrivibile? Il massiccio e "torreggiante"
Fratel Antonio Mason sale sull’"altare", abbranca il "microfono", fa segni imperiosi di tacere e grida: «Silenzio! Basta!», nelle tre o quattro "lingue africane" che conosce, oltre che in francese. Ma nessuno se ne dà per inteso. La sua voce possente, ingrandita ad un livello assordante da un buon impianto di "amplificazione", è ridicolizzata dal "frastuono" che quelle centinaia di africani producono tutti assieme. Mi viene in mente il fragore delle "cascate" di Iguaçù e del Niagara. Cupola e pareti della "Chiesa" tremano, sembra stia per crollare l’intera struttura del grande "anfiteatro".
Antonio torna in "Sacrestia" sconfitto, sudato, "sgolato".
«Lasciamoli sfogare ancora un po’», dice. Non si può fare altro.
Intanto, quella fonte di "decibel" impazziti che è la "Parrocchia" di Kabalaye ("Chiesa" e "cortile"), ha attirato dalla città un’ondata di curiosi "musulmani" e "animisti".
Vengono a vedere l’esplosione di gioia che il "Natale" è capace di suscitare nel "popolo cristiano".
«Ecco un modo originale di annunziare il "Vangelo" in
Africa – dice il "Parroco", Padre Corrado Corti – . Sono convinto che questa espressione autentica dell’unità e della gioia di un "popolo", per i "musulmani" e per gli "animisti" vale più di tutte le nostre "prediche" sul "Natale"».