L’"augurio" di un padre ("psicologo") per suo figlio. E per tutti i figli

RITAGLI     Qualcuno accenda il "desiderio"     DOCUMENTI
a questi ragazzi che tornano a scuola

Stefano Gheno
("Avvenire", 16/9/’09)

Cosa possiamo augurare ai nostri figli in questi giorni di ripresa delle scuole? Le risposte a questa "domanda" possono essere molteplici, influenzate dal contesto in cui si vive, dalle attese della famiglia, dall’atteggiamento già sperimentato dai ragazzi e dai loro insegnanti. Che possano andare a scuola in un ambiente di rinnovato "rigore" oppure che non sia troppo esigente nei suoi confronti ("poverino!"), che possano trovarsi in uno stimolante e "cosmopolita" ambiente "multi-culturale" oppure che non siano gli unici della classe a parlare l’italiano. E ancora: che possano avere un insegnante non incattivito dalla "precarietà" della propria condizione oppure che trovino un posto in classe, magari col "dopo-scuola" (aumentato o diminuito, chissà). E naturalmente che scampino la micidiale "Influenza A" (e magari anche i meno micidiali ma fastidiosi pidocchi che ogni anno funestano la partecipazione scolastica). Sono solo alcuni esempi di quanto in questi giorni i "media", ma anche le chiacchiere tra genitori, ci propongono come esempi di speranze espresse dalle famiglie, dai ragazzi, dagli "addetti ai lavori".
Anche mio figlio riprende la scuola. Il mio augurio per lui è che in questo nuovo anno possa aprire sempre di più il suo cuore e la sua mente a quell’indispensabile funzione dell’"io" che chiamiamo comunemente "desiderio". La scuola può infatti essere un formidabile attivatore del desiderio, ma anche un luogo che disabitua le persone a esercitarlo. E senza desiderio non c’è "sviluppo".
Il desiderio infatti è quell’aspetto del nostro "limite", del nostro bisogno, che si tramuta in domanda. Invece che portarci a una "passività" rassegnata, come talvolta accade nella constatazione della mancanza, il desiderio ci spinge all’azione, ci spinge verso la risposta alla nostra domanda. Magari solo in modo parziale, iniziale, timido, ma comunque all’azione, all’"intrapresa" e, quindi, alla crescita e alla "generatività".
Viviamo in un tempo che spesso congiura a spegnere il desiderio, a ridimensionarlo, a svuotarlo del suo potenziale "energetico": "l’epoca delle passioni tristi", dicevano Benasayag e Schmit. E talvolta la scuola è terribile in questo senso, confondendo il "diventare" grandi con l’abbandonare la "baldanza" desiderosa che è propria del fanciullo. Invece il desiderio è indispensabile per dirigere lo sviluppo del ragazzo verso la meta di una condizione adulta capace di "generare".
Il desiderio non è qualcosa che si impara, è un dato strutturale all’essere umano, ma va "educato", cioè "tirato fuori" e messo nelle condizioni di agire. Per farlo ci vogliono "maestri" che non abbiano paura di giocare i propri desideri nel lavoro, nella scuola.
Portare la testimonianza del proprio "desiderare" è la modalità più efficace per stimolare il giovane a riconoscere il suo e a farlo emergere.
Il desiderio non va confuso col "bisogno", pena la degenerazione in quella che che Ferrara definiva "la dittatura dei desideri", per cui ciò che voglio diventa mio "diritto". È necessario invece educare il giovane a prendere sul serio il proprio desiderio, anche quando comporta fatica e sacrificio.
Oggi più che mai sono necessari "maestri" che aiutino i ragazzi a distinguere tra i desideri, perché non tutto è equivalente. Ci sono desideri di bello, di buono e di giusto che hanno portato a erigere maestose Cattedrali, a fondare Ospedali e Università, a costruire "forme sociali" eque ed accoglienti, e altri che hanno portato solo l’affermazione "violenta" di sé e del proprio pensiero.
L’"augurio", per mio figlio, e per tutti i figli, è di una scuola che educhi al desiderio e il desiderio.