"Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali"

RITAGLI     Il "silenzio" nutre la "parola"     DOCUMENTI
e il "legame"

Silenzio e Parola: è il Messaggio di Papa Benedetto XVI, per la Giornata delle Comuncazioni Sociali...

Chiara Giaccardi
("Avvenire", 20/5/’12)

Oggi è la "Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali", per la quale Benedetto XVI ha scelto il Tema "contro-intuitivo" del "Silenzio"!
Giusto parlare di etica della
comunicazione, giusto garantire l’alfabetizzazione ai linguaggi e l’accesso alle tecnologie, giusto curare la forma e i contenuti della comunicazione! Ma senza il respiro del silenzio, la comunicazione rischia di diventare "rumore", e di capovolgersi nel suo contrario: l’insignificanza da un lato e la solitudine, o, peggio, l’isolamento, dall’altro. Il "tutto pieno" è la caratteristica dell’idolo: tutto presente, saturo, capace di attirare in modo totalizzante; senza "altro", senza "oltre". La comunicazione "tutta piena", la comunicazione come ossessione, si rovescia nel suo contrario: il "rumore" che non significa più nulla, e diventa un idolo che ci seduce e ci incatena a sé, in un gioco perverso dove si alternano un consumo massiccio e una produzione compulsiva di messaggi. Dove, con buona pace dell’"interattività", si diventa "emittenti" incapaci di ascoltare. Alla fine, "autistici"!
La parola che significa e che costruisce relazione è invece una
"parola-simbolo", una parola aperta, una parola incompleta; una parola, quindi, "striata" di silenzio! Il silenzio è la breccia che apre la parola all’ascolto di ciò che essa non può contenere, e che quindi le consente di accogliere l’altro, di ospitare "altro". Due spunti possono aiutare a recuperare il significato profondo del silenzio! Uno tratto dall’esperienza di tutti, l’altro dalla radice etimologica del termine, che ci riporta alla ricchezza dei suoi significati originari. L’esperienza è quella della forma che assumono i legami più intimi, più profondi, più duraturi, più fondamentali per la nostra identità e per le dinamiche di riconoscimento: la tenerezza, l’affetto, il legame di cura, la sollecitudine, il conforto, il sostegno passano molto di più dalla presenza attenta, dalla vicinanza silenziosa, dal linguaggio tacito del corpo, che dalla verbalizzazione. La mamma che allatta il suo bambino non ha bisogno di parlargli (Cicerone scriveva «nutrix educat»: dare, con amore, quello di cui l’altro ha bisogno per crescere è il gesto educativo per eccellenza, che non ha bisogno di parole). Le più belle dichiarazioni d’amore non sono quelle fatte con le parole (che ormai si trovano pronte per ogni circostanza in "Rete"), ma con gli sguardi, i gesti, la presenza attenta, la capacità di fare un passo indietro per lasciar essere l’altro.
Chi assiste una persona cara in fin di vita non ha bisogno di parlare del passato, di un presente che è doloroso o di un futuro che non si conosce! Basta esserci, e possibilmente sorridere, o anche piangere quando è il momento. La testimonianza non ha bisogno di discorsi, ma di azioni silenziose e intense. Il perdono, che è ciò che ci fa rinascere e ci libera dalla pesante e mortifera zavorra dei nostri errori, è detto dalla vita, dal modo in cui veniamo "ri-accolti", e non dalle parole, sempre facili da pronunciare e molto meno da mantenere. Il legame profondo si esprime, soprattutto, nell’apertura silenziosa all’altro! Dove il silenzio è prima di tutto il silenzio dell’"Io", che rinuncia al suo protagonismo e all’espressione di sé, e si apre, e si offre, all’altro. Gli fa spazio! Da questa "postura", possono scaturire parole dense di significato, e capaci di comunicare oltre se stesse. Capaci di far essere e far durare il legame. Difficilmente accade l’inverso! Il silenzio, dunque, è la condizione del significato (come apertura, ascolto dell’essere), e anche il "collante" del legame (come apertura all’altro). Questo nesso non immediato con la dimensione del legame è ben presente nell’etimologia del termine: che da un lato ha una radice "onomatopeica" ("ssss" è il suono che facciamo per creare silenzio; che "significa" con chiarezza, senza bisogno di parole), e dall’altro una radice "Indo-Europea", "si-", che indica, appunto, il legame. Forse non è una caso che la "società della comunicazione" sia anche una società "iper-individualistica", dove il tessuto sociale è sempre più fragile, con le conseguenze e i costi dei quali cominciamo forse a renderci conto. E che sia anche fortemente secolarizzata: senza il silenzio mancano le condizioni per ascoltare, non solo l’altro vicino, ma anche l’
"Altro" che ci invita con discrezione, perché ci ha creati liberi. Nel "rumore", questo invito non si può sentire! Nessuno vuole perorare la causa di una "società del silenzio", ovviamente! Ma è solo ripartendo dal silenzio, e "incorporandolo", che la comunicazione potrà veramente diventare, da "emittenza" e trasmissione, condivisione e comunione. E rigenerare, insieme, i significati e i legami che ci rendono umani!