Domenica la "Canonizzazione" del grande "Missionario" Belga

RITAGLI     La scelta di Padre Damiano,     MISSIONE AMICIZIA
fratello tra i "lebbrosi"

GIUSEPPE DE VEUSTER, PADRE DAMIANO (1840-1899).

Elio Guerriero
("Avvenire", 8/10/’09)

Non aveva certo letto l’opera di Gilbert Cesbron – "I Santi vanno all’inferno" – Giuseppe De Veuster (1840-1899), che Domenica verrà proclamato "Santo".
Semplicemente egli prestò ascolto alla "chiamata" di Dio e si lasciò condurre da una tranquilla fattoria nei pressi di
Lovanio in Belgio all’inferno di un "lebbrosario" nelle "Isole Hawaii".
La prima parte della sua vita sta sotto il segno dell’obbedienza a Dio. Ai genitori che amava, in particolare alla mamma dalla cui "voce" aveva ascoltato quelle storie di "Santi" attraverso le quali gli era sembrato di udire la "voce" di Dio, rispettosamente ma con decisione disse: «Non trattenetemi».
Partì, dunque, Giuseppe, al seguito del fratello Panfilo, per entrare nella "Congregazione Missionaria" dei "Sacri Cuori di Gesù e Maria", dove gli venne dato il nome di "Damiano", con il quale venne poi conosciuto.
Questa seconda parte della sua vita sta sotto il segno della "santa inquietudine". Non aveva ancora finito il periodo di "formazione" che chiese e ottenne di partire "Missionario".
Davanti a sé aveva il modello di
Francesco Saverio, trascinato dallo "zelo missionario" fino al "Sud-Est Asiatico" e al Giappone, fidando solo nella forza del "Crocifisso".
Anche Fratel Damiano fidava unicamente nel "Crocifisso", come testimonia una foto scattata alla vigilia della partenza. All’arrivo, due mesi per prepararsi all’"ordinazione sacerdotale" ed è già sul campo di lavoro. Damiano è un "Missionario" completo.
Organizza l’allevamento di montoni e maiali, insegna la coltivazione delle terre, soprattutto annuncia il "Vangelo" e amministra i "Sacramenti". Dopo otto anni ha edificato una "Chiesa" di "pietre vive", nella quale gli "indigeni" non si sentono più stranieri e ospiti ma "figli" di Dio. Il "Missionario" potrebbe aspettarsi una "promozione", la "voce" di Dio lo invita ad andare oltre sulla via della donazione.
Rispondendo generosamente all’invito del Vescovo parte per
"Molokai", l’"isola maledetta", dove le "autorità governative" deportano e tengono in isolamento migliaia di "lebbrosi". Abbandonati a se stessi, sofferenti, disperati, i poveri malati sono ridotti quasi allo "stato animale". Damiano reagisce. È un "Missionario" capace di vedere nei malati il volto di Cristo, che lo spinge a dare loro amore e dignità. E contro ogni aspettativa riesce nella sua impresa: diversi "lebbrosi" accettano di vivere una vita "ordinata", di coltivare piccoli appezzamenti di terreno, di costruire un "orfanotrofio" per i bambini e uno per le bambine. L’"isola dei disperati" diviene la patria di malati che credono in Dio e da lui aspettano "misericordia" e guarigione.
Damiano, intanto, si sentiva sempre più in comunione con i suoi fedeli. A loro si rivolgeva con l’espressione: «Noi altri "lebbrosi"».
Fino al giorno in cui la comunione "spirituale" divenne anche "fisica".
"Lebbroso" tra i "lebbrosi", Damiano non si lasciò vincere dalla disperazione. Trascorreva lunghe ore davanti al "Santissimo" ripetendo: «La più grande gioia è servire il Signore nei suoi "figli" poveri e malati». Non c’è da stupirsi che alla sua morte i "lebbrosi" lo piansero tutti come un "padre".
Obbedienza a Dio, desiderio ardente di annunciare il "Vangelo", amore per gli "ultimi": sono le "virtù eroiche" di
Padre Damiano, che viene proclamato "Santo" nell’"Anno" che Benedetto XVI ha voluto dedicare ai "Sacerdoti". La sua esistenza "sacerdotale" è invito ai fedeli ad amare i loro "Ministri", è incoraggiamento ai "Sacerdoti" a vivere con ardore la loro "vocazione", è appello ai giovani a percepire la bellezza della "chiamata" di Dio.