Il "dolore", la "ragione", i "doveri"

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Andrea Lavazza
("Avvenire", 18/9/’09)

Dal fronte arrivano "bollettini di guerra". Oggi in tempo reale, con le immagini strazianti dei "caduti". E dall’Afghanistan ieri è arrivato il "dispaccio" peggiore per l’Italia dall’inizio, nel 2002, del suo impegno per costruire la pace a Kabul. Sei militari del "186° Reggimento" della "Brigata Folgore" sono caduti nell’attacco "kamikaze" rivendicato dai "taleban", e altri quattro sono rimasti gravemente feriti. Il sacrificio dei nostri soldati, la sofferenza delle loro famiglie, lo sgomento del Paese sono il primo fatto da onorare e da enfatizzare. Giovani vite stroncate da un "odio cieco", storie che in queste ore scopriremo umili ed esemplari, esistenze lontane dai riflettori e dalle effimere celebrità che solo nel "lutto", come dopo Nasiriyah, emergono nella loro statura agli occhi della nazione. "Missione di Pace", la loro. Ma anche di "guerra", ormai. Abbattuto uno dei "regimi" più oppressivi e contrari all’idea stessa di civiltà, che aveva spalancato le porte ad "Al-Qaeda" e permesso l’addestramento dei "terroristi" dell’"11 Settembre", per l’Afghanistan sembrava aprirsi una fase di ricostruzione materiale e morale, con il supporto militare e civile dell’"Occidente".
Gli italiani sono efficienti e sanno farsi volere bene. Nostri esperti hanno collaborato alla rifondazione del "sistema giudiziario"; le nostre forze cercano di garantire sicurezza e stabilità, ma portano anche aiuti e realizzano opere di "pubblica utilità". L’impegno per la popolazione locale è la cifra della presenza a Kabul e a
Herat. Eppure, oggi, siamo qui a piangere davanti alle salme di sei valorosi soldati, presi a bersaglio per una "mattanza" che ha coinvolto anche decine di cittadini inermi.
Il tentativo di puntellare una fragilissima "democrazia" si scontra con l’ostinata resistenza di un coagulo di "radicalismi religiosi islamici", di mire "geo-politiche" esterne e di interessi economici legati alla droga. Gli errori iniziali di gestione da parte degli
Stati Uniti, i bombardamenti fuori bersaglio della "Nato" e le storiche rivalità tra "gruppi etnici" hanno contribuito a rallentare il cammino verso la pacificazione del Paese. Fino al punto di far intravedere un ribaltamento della tendenza, un nuovo sprofondare nel "caos" se non si porrà in atto qualche aggiustamento di "strategia".
Gli Stati Uniti chiedono più uomini in armi all’
Europa, che vede quotidianamente crescere le sue perdite – oltre 200 quelle inglesi, 21 quelle italiane. "Non cediamo alla logica del terrore!", disse il Paese stretto alle sue vittime "irachene" nel Novembre del 2003, in un sussulto di "orgoglio patrio". "Vale la pena di presidiare Kabul?", possiamo chiederci adesso. Serve inviare più uomini nel "pantano" afghano? Il dubbio arrovella perfino l’America. Sì, anche per rispetto dei coraggiosi "caduti" di ieri, sembra la risposta obbligata sotto l’effetto dei sentimenti. E di motivi ce ne sono altri, sebbene l’idea che l’"ex-regno" dei "taleban" diventi una "Svizzera d’Asia" vada attualmente ben oltre il "libro dei sogni". Va evitato il collasso della regione e il ritorno del Paese a "santuario" della "rete" di Benladen, non dando l’impressione ai "fondamentalisti" che le grandi "democrazie" siano deboli e arrendevoli. E, prima di ogni altra cosa, si può e si deve stare a fianco della popolazione afghana che sinceramente aspira a vivere fuori dall’incubo di una "guerra permanente".
Per questo è necessario stringersi attorno ai nostri soldati, e ragionare con freddezza, perché più vacillerà la convinzione di mantenere l’impegno in quel Paese, maggiore sarà la tentazione dei terroristi di colpire gli italiani per scardinarne la determinazione. Rimanere costerà altre sofferenze e altri "lutti", inutile illudersi, Ma rinunciare lascerebbe campo libero a coloro che alla violenza invece non rinunceranno.
È tragico il prezzo che stiamo pagando per la difesa del modello di civiltà affermato dalla "Carta" dell’
"Onu". E risulterà insopportabile se non si saprà, in "Parlamento" e al cospetto dell’"opinione pubblica" affrontare con la necessaria chiarezza i nodi del "come restare" a Kabul. Il miglior modo per onorare sei "valorosi" italiani e non tradirne il sacrificio.