Richiamo ai "diritti umani universali"
nel "Discorso" ai giovani di Shangai

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Ma prevale ancora la "Real-politik"

Quando non avremo paura di "ritorsioni", potremo sostenere le "libertà",
capaci di far uscire le "contraddizioni" di un "Paese" "ingabbiato".

Il Presidente degli Stati Uniti d'America, Barack Obama, durante la sua visita in Cina...

Andrea Lavazza
("Avvenire", 17/11/’09)

Tra le mille "massime" attribuite a Mao Zedong una, sorprendentemente, recita: «Lasciar sbocciare cento fiori e permettere che cento "scuole di pensiero" si sfidino è la via per promuovere il "progresso" nelle arti e nelle scienze e per la fioritura di una cultura "socialista" nel nostro "Paese"». Una strategia che diremmo "liberale", in cui la concorrenza tra le idee fa germogliare ciò che meglio risponde alle esigenze della società. Una strategia che il "Grande Timoniere" ben si guardò dall’applicare, preferendo l’"unanimismo" imposto con la forza, affinché "dottrine" concorrenti non minassero la pretesa superiorità del "comunismo" e della sua incarnazione nel "regime" di Pechino.
Abbandonata la sua eredità, l’attuale "leadership" cinese ha seguito il Mao del detto "liberale" nell’ambito economico, sfruttando la laboriosità "confuciana" di una popolazione immensa per lanciare l’ex "Impero di Mezzo" verso il primato mondiale. Ma sul fronte interno vige sempre la "censura" di ogni "dissenso". La «libertà di espressione e di culto, il libero accesso all’informazione» evocati ieri da
Barack Obama nel suo incontro con gli "Universitari" a Shanghai sono esattamente quei «cento fiori» che potrebbero rendere viva e colorata la nazione oggi oppressa nel grigiore del "Partito unico". Non a caso l’incontro con i giovani era l’appuntamento più temuto dai "governanti cinesi", che hanno cercato di limitarne l’impatto selezionando i partecipanti, permettendone la trasmissione soltanto su una "tv" cittadina e dandone uno scarno resoconto sugli altri "media". Soltanto chi ha accesso a "Internet" poteva seguire la diretta sul "sito" della "Casa Bianca", non oscurato per i "navigatori" di Pechino. Sentir parlare di «diritti umani universali» di cui devono godere tutti i popoli costituiva proprio ciò che i "Capi" del "regime" non volevano dalla visita del "Presidente" americano. Il fresco "Premio Nobel per la Pace", comunque, ha finora pesato con cura le parole, dando più spazio alle espressioni di amicizia e di lode per la Cina che non ai richiami contro le "violazioni" perpetrate ai danni delle minoranze "religiose" ed "etniche".
La "Real-politik" imposta dalla "crisi" fa peraltro il gioco del "regime". L’8,9% di crescita del "Pil" nell’ultimo "trimestre" (contro il 3,5% americano), il "surplus" commerciale investito in "titoli" del "debito pubblico" di
Washington, la momentanea convergenza di interessi anche sul tema del "clima" (un rinvio toglie problemi a entrambi) rendono la Cina un "alleato" obbligato per la "Casa Bianca" e la stessa "economia planetaria". Se il "gigante asiatico" dovesse fronteggiare eccessivi "scossoni" da parte di un movimento "democratico" diffuso, se fosse costretto a investire risorse per contrastare le spinte dal "basso" (i contadini ancora poveri e la "borghesia" abbastanza ricca per chiedere libertà) e quelle "centrifughe" alla "periferia" (dal Tibet allo Xingjiang), la "locomotiva" di Pechino rischierebbe di rallentare pericolosamente, con forti conseguenze per il sistema complessivo. Magari con qualche sfogo di tensioni sul versante "internazionale". E gli "Stati Uniti" non hanno nessuna intenzione, in questo preciso momento, di avviare un’"escalation militare" nel "Pacifico". L’accenno di Obama ai "diritti universali" è forse servito a «salvarsi l’anima» (anche se meglio del silenzio totale ipotizzato alla vigilia), ma la sua cautela risulta certamente in sintonia con una politica di interesse "nazionale". Molto meno con quello che ci si potrebbe attendere da un punto di vista "idealistico" da parte del "Presidente" dell’"iper-potenza democratica". Di fronte alle concessioni "utilitaristiche" alla Cina (e ai timori che in questo modo cresca la sua "influenza"), l’unica consolazione è che la "frase" di Mao sui «cento fiori» ci ricorda come l’arma più potente resti ancora nelle nostre mani. Quando non avremo paura delle "ritorsioni" e dei "contorcimenti" del "gigante asiatico", potremo dare impulso esterno a quelle cento "scuole di pensiero" capaci di far esplodere le "contraddizioni" di un "Paese" troppo dinamico per restare chiuso nell’angusto "recinto" che imprigiona le "coscienze".