Il "dramma" dei "cristiani iracheni"
Perché si accetta
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la "pulizia" «confessionale»?
Andrea Lavazza
("Avvenire", 4/5/’10)
Sparare contro ragazzi che vanno all’"Università" è
raccapricciante. La misura dell’"atrocità" l’ha data un
"Sacerdote": le "vittime" non erano soldati o
"miliziani", ma "studenti" che portavano con libri e
quaderni i loro "sogni" di crescere e di servire il proprio
"Paese". Ma ad aggiungere orrore su orrore c’è la motivazione più
odiosa, quella dell’"intolleranza religiosa", la negazione del primo
"diritto umano", la libertà di professare la propria "fede" senza
impedimenti. E senza rischiare la vita come accade ogni giorno ai "cristiani
iracheni", "minoranza"
tra le "minoranze", non "degna" che di poche righe sulle
"agenzie di stampa" quando finisce sotto il fuoco dei
"fondamentalisti musulmani", determinati a imporle un
"esodo" forzato dalle terre in cui risiede da molti secoli.
L’attacco di Domenica a Mosul contro
un "convoglio" di "universitari siro-cattolici", nel
"caos politico" di un "dopo-elezioni" particolarmente
tormentato, non ha meritato nemmeno un messaggio di "solidarietà" da
parte delle "autorità" di Baghdad.
Silenzio anche nell’"Occidente" tanto solerte per altre
"cause", pur altrettanto nobili, ma selettivamente distratto quando si
tratta di difendere i "cristiani" presi di mira in quanto tali.
Qualche lodevole eccezione nel panorama "italiano", ma le ripetute
sollecitazioni partite da Roma non trovano echi a Bruxelles, dove nessuno sembra
troppo preoccupato della sorte degli "iracheni" fedeli alla
"Chiesa". E si sa che l’"apatia" e l’indifferenza sono i
migliori alleati dei "carnefici". In sette anni di "guerra"
e di travagliato "post-Saddam" sono stati centinaia i
"cristiani" uccisi, decine di migliaia quelli costretti alla
"fuga", prima da Baghdad verso il "Nord"
e poi all’estero, nei "Paesi" confinanti o in Europa, America e
Australia. I loro spazi di manovra sempre più ridotti: luoghi di
"culto" distrutti, attività "economiche" soffocate,
violenze e "minacce" diffuse. Tutto denunciato e
"documentato"; tutto spesso ignorato e regolarmente
"sottovalutato".
L’attentato agli "studenti" è avvenuto nel breve spazio di un
chilometro, tra due "posti di blocco", uno delle "forze
americane" e "irachene", l’altro della "polizia locale
curda": una dimostrazione che per la "minoranza" più
perseguitata c’è soltanto una "terra di nessuno", in cui si può
impunemente colpirla senza che vi sia una doverosa "mobilitazione" per
la sua sicurezza. Il "convoglio" dei ragazzi aveva, in testa e in
coda, un paio di vetture di "scorta", poca cosa per la forza e la
feroce determinazione degli "estremisti musulmani" contrari a ogni
forma di "tolleranza" e di "convivenza". Ieri il
"Vescovo" Casmoussa ha invocato l’intervento
di un "contingente" delle "Nazioni
Unite" per la protezione della, mese dopo mese più esigua,
presenza "cristiana". Non si ripeterà mai troppe volte che un Iraq
liberato dalla "dittatura", ma privo di una delle sue componenti
"religiose" e "sociali" più antiche, testimonierebbe la
sconfitta di un "progetto democratico"
che doveva estendere la sua influenza anche ai "Paesi" vicini. Al
contrario, il contagio di una "pulizia confessionale" implicitamente
accettata potrà diffondersi pure "oltre-confine", in una regione dove
gli "estremismi" non sono certo sopiti.
Se per qualche inconfessabile pregiudizio "anti-cristiano" si
rinunciasse alla difesa attiva dei "fedeli" che ancora resistono nel
"Paese", non solo si verrebbe meno a un dovere di
"giustizia", ma verrebbero aperte le porte al "fanatismo".
Quello che, poi, ci indigna e ci spaventa quando raggiunge le nostre nazioni e
le nostre città. Pensiamoci, il tempo a disposizione per i "cristiani
iracheni" continua drammaticamente a diminuire.