I "caduti" e la "missione" in Afghanistan

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Andrea Lavazza
("Avvenire", 18/5/’10)

Quella in cui sono "caduti" il "Sergente" Massimiliano Ramadù e il "Caporal-Maggiore" Luigi Pascazio è la "guerra" più lunga combattuta dagli Stati Uniti. Da quasi nove anni le "truppe americane" sono in Afghanistan: dal 2004 si è unito un "contingente italiano", che finora ha perso 22 valorosi "militari". Non è né polemico né paradossale parlare di "Conflitto Usa", dato che l’intervento è stato la reazione all’"attacco" dell’11 Settembre, "logisticamente" partito da Kabul, e che il grosso delle "truppe" e il comando sostanziale delle "operazioni" sono a "stelle e strisce". La nostra presenza è meno "belligerante" e più di "stabilizzazione" e di "pacificazione", ma di fronte a nuovi "lutti" che addolorano e interrogano il "Paese" può essere utile chiedersi a che punto è l’impresa cui le nostre "Forze Armate" stanno dando un contributo in termini di "sacrificio", di impegno e di efficacia.
Che non si possa "fuggire", come ha detto Umberto Bossi, in passato tra i più critici sulla "missione", è un dato di fatto generalmente accettato. Che non si possa restare a tempo "indeterminato" lo ha detto e stabilito anche
Barack Obama, il quale ha dato via libera a un aumento di "effettivi" per combattere i "Taleban", ma ha pure posto il 2013 come "data chiave" per il "disimpegno". Vi sono molte sensate ragioni per proseguire nel tentativo di rendere l’Afghanistan uno "Stato" minimamente funzionante, che vanno anche al di là del primo "obiettivo" di Washington, ovvero evitare un altro devastante "attacco" al proprio territorio che parta dai "Santuari" di "Al-Qaeda" nel "Paese Asiatico". In primo luogo, una "sconfitta" della "Nato" (la prima della sua storia) darebbe una straordinaria arma di "propaganda" all’"estremismo islamico" e, soprattutto, potrebbe avere ripercussioni sulla tenuta del vicino Pakistan, "potenza nucleare" e sempre in tensione con il "Gigante Indiano". C’è anche una sorta di "obbligo morale" con la popolazione, da trent’anni senza "pace" (l’"invasione sovietica" è del 1979), con almeno un milione di "vittime" per la "violenza" e una condizione che potrebbe solo peggiorare se tornasse al potere il "radicalismo musulmano" nemico della "modernità".
Sull’altro versante, non mancano i motivi per lo "scetticismo". Innanzitutto, la durata del "conflitto", che non fa sperare in una rapida soluzione, malgrado il cambio di "strategia" deciso dalla
"Casa Bianca". I soldati "stranieri" schierati arriveranno a 150mila, le "forze afghane" saliranno forse a 200mila, ma secondo i calcoli del "Generale" Petraeus per un "Paese" di 30 milioni di abitanti, un territorio "impervio" e una "guerriglia" diffusa servirebbero 600mila uomini.
Capire se il "surge" funzionerà come è avvenuto in
Iraq richiederà comunque tempo. Intanto, l’azione del nostro "contingente" potrà certamente portare alcuni benefici alle popolazioni locali, in termini di "protezione" e di "aiuto". Tuttavia, posti il rischio crescente e le "perdite" che è purtroppo immaginabile non si fermeranno, bisogna guardare all’obiettivo più ampio. Si riuscirà a fare dell’Afghanistan non un "Eden", come ha detto il "Ministro Usa" Gates, ma almeno non uno "Stato fallito"? Molto dipenderà anche dai "governanti" locali, che finora non hanno dato buona prova. "Corruzione" e "inefficienza" contribuiscono a screditare le "istituzioni" agli occhi dei cittadini, non al punto da fare preferire i "Taleban", nemmeno però a quello di mobilitarsi in massa per il loro "rafforzamento". Arrivano anche segnali positivi: la qualità e il tenore di vita della popolazione lentamente salgono, la "collaborazione" con gli "stranieri" in alcune zone segna decisi "progressi"...
Resistere e insistere è ancora la "via" da perseguire.
Rendendo omaggio ai "soldati" che sono coraggiosamente sulla "prima linea". E perseguendo anche una conduzione "politica" più accorta del "conflitto". Non possiamo, nemmeno oggi, dimenticare le numerosissime "vittime civili", né il ruolo che deve avere la "diplomazia". Perché il "dolore" e i "lutti" siano alleviati da un "successo" che non potrà essere solo "militare".