La "provocazione" che arriva dal "Meeting" di Rimini 2009

RITAGLI     Elogio dello "stupore"     DOCUMENTI
che produce la vera "conoscenza"

Giacomo Samek Lodovici
("Avvenire", 23/8/’09)

Il titolo del "Meeting" di Rimini di quest’anno – "La conoscenza è sempre un avvenimento" – produce molte suggestioni. In controtendenza rispetto al prevalente clima culturale scettico (potremmo parlare di "relativismo", ma avvertendo che di esso sono state contate dodici varianti, preferiamo rinunciare), esso esprime la fiducia nel fatto che la realtà sia "conoscibile" (almeno in parte), interessante, connotata da un senso e da una regolarità, e che essa non sia costruita dal soggetto che la osserva.
Ora, la "scaturigine" della conoscenza appassionata è quel "platonico" sentimento della meraviglia – di cui, però, l’uomo contemporaneo sembra spesso divenuto incapace – che trasforma ogni conoscenza in un incontro con la realtà, in un’esperienza sorprendente. Perché come avvertiva Gregorio di Nissa «solo lo stupore conosce».
Ma ciò che rende la conoscenza umana peculiare – ce l’ha insegnato Aristotele – è che non risulta sempre "utilitarista-pragmatica" come quella dell’animale.
Quest’ultimo non si accorge di tutte le cose, bensì solo di quelle "utili-dannose", "piacevoli-dolorose", e si "domanda" soltanto: mi servono o non mi servono?, sono piacevoli o dolorose?. Invece, l’uomo si accorge di tutte le cose e si interroga non soltanto sulla loro "utilità-dannosità", ma anche sulla loro natura, cioè si chiede: che cos’è questa cosa?.
Vuole conoscerla a prescindere dalla sua eventuale "utilità-dannosità", vuole conoscere la verità, il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, il bello e il brutto. E la differenza si manifesta nella comunicazione: mentre i versi animali esprimono soltanto sensazioni "piacevoli-spiacevoli" o informazioni "pragmatiche" (sui pericoli, sul cibo...), il linguaggio umano non è solo strumentale al conseguimento di qualcosa, bensì comunica anche il vero, il bello, il bene... Comunica lo "stupore".
Ed è lo stupore che dà slancio alla conoscenza, che mostra come la nostra ricerca conoscitiva sia compenetrata di affettività. Nella sua espressione "aurorale", infatti, l’amore coincide proprio con lo stupore; e – di seguito – è la reazione "estatica" che fa fuoriuscire l’uomo da se stesso, «per giungere, per quanto possibile, a un’esperienza vissuta di incontro col mondo» (Scheler). Inoltre, il vero amore non domina la realtà, bensì la lascia essere, la ammira – appunto come la conoscenza "meravigliata" – e cerca di farla fiorire. Quanto alla radice ultima dell’"osmosi", in noi, tra conoscenza e amore, essa si trova in Dio, che è "Ragione" e "Amore", e di cui noi siamo immagine e somiglianza.
D’altra parte, la vastità potenzialmente illimitata di ciò che è conoscibile dalla ragione umana – che, per sua natura, è sempre assetata di ulteriore conoscenza (al pari dell’Ulisse "omerico") – dice che l’uomo, invece di fermarsi sul frammento, può interrogarsi su se stesso, sull’"infinito" (Leopardi) e su Dio, a cui il mondo e l’uomo stesso rinviano. E l’esperienza conoscitiva è tanto più sorprendente ed inesauribile quanto più ci imbattiamo nel mistero degli altri esseri umani e di Dio.
Il nesso "conoscenza-amore" suggerisce, insomma, che il fine del conoscere è amare l’altro e Dio. Il "Dio-Ragione-Amore" – insegna
Benedetto XVI – ha infatti «un cuore, tanto da poter rinunciare alla propria immensità e farsi carne». E lo stupore di questa consapevolezza si specchia in quello della riflessione di Kierkegaard: «Mentre tu vivi questa sola volta e la durata di questa vita si accorcia ad ogni minuto che passa, sta il Dio dell’Amore nei cieli, pieno d’amore, anche verso te. Sì, verso di te, Egli vorrebbe che tu volessi ciò ch’Egli vuol volere con te per l’eternità».