La "parola" del Papa, le "esperienze" della "vita"

RITAGLI     Il nostro "umano"     DOCUMENTI
e "strutturale" bisogno di "essere amati"

L’"essere umano", che spesso "rivendica" la "libertà" in modo "individualistico",
è invece "strutturalmente" "relazionale".

Papa Benedetto XVI, in preghiera di adorazione, davanti a Gesù Eucarestia...

Giacomo Samek Lodovici
("Avvenire", 5/3/’10)

«L’uomo non è "perfetto" in sé, l’uomo ha bisogno della "relazione", è un essere in "relazione". […] Ha bisogno dell’ascolto, dell’ascolto dell’altro, soprattutto dell’"Altro" con la "maiuscola", di Dio. Solo così conosce se stesso, solo così diviene se stesso». È un passaggio del "Discorso" pronunciato Sabato scorso dal Papa, al termine degli "Esercizi Spirituali" predicati per lui e per la "Curia Romana". Si tratta di una profonda "verità", perché l’essere umano, che spesso rivendica la "libertà", in modo "individualistico", come totale "autonomia" e "indipendenza" dagli altri, è invece strutturalmente "relazionale". Come scriveva già il Cardinale Ratzinger, questo aspetto emerge in modo illuminante considerando il "concepito" nel "grembo materno", dove l’essere di un uomo è a tal punto strettamente "intessuto" con quello della madre che può sussistere solo nella "correlazione corporea" con lei, in un’"unità" che però non nega la sua "autonomia". Ma, anche dopo la nascita, il bambino resta "dipendente" dai genitori, in senso sia "materiale", sia "psicologico-spirituale". San Tommaso diceva che i genitori devono fornire ai figli non solo un "grembo fisico", ma anche un «grembo spirituale», cioè un adeguato ambiente "affettivo", "psicologico" e "spirituale": l’amore, cioè, realizza una cruciale «procreazione spirituale». In effetti, il neonato può morire se non viene minimamente "amato" (come mostra già un famoso "esperimento" di Federico II di Svevia). Al bambino, poi, l’amore altrui non è più necessario per "sopravvivere", ma, quando manca, egli attiva "difficoltosamente" le sue capacità e talvolta solo "parzialmente" (come si vede in molti bambini di "strada"), o regredisce "psicologicamente" (come si vede nei casi di quei bambini che, ritrovati nella foresta dopo anni di vita trascorsi solo fra animali, risultano "psicologicamente" regrediti, sebbene "anagraficamente" cresciuti). Anche per un adulto l’"affetto-riconoscimento" altrui resta cruciale, pena patire diversi problemi della "personalità": un "pensatore" tutt’altro che "cattolico" come Sartre diceva efficacemente che l’uomo ha bisogno di sentirsi «giustificato di esistere». Ancora: man mano che cresce, l’uomo può "alimentarsi" dell’amore di Dio e, anzi, nel nostro cuore alberga un desiderio di "relazione" con una "Persona Infinita". Pertanto, presto o tardi nella vita, le "relazioni" con gli altri, per quanto fondamentali, si rivelano "insufficienti". E, come dice la "Spe salvi", anche in situazioni di "sofferenza" atroce, «se non mi ascolta più nessuno, Dio mi ascolta ancora. Se non posso più parlare con nessuno, più nessuno invocare, a Dio posso sempre parlare. Se non c’è più nessuno che possa aiutarmi – dove si tratta di una necessità o di un’attesa che supera l’umana capacità di sperare – Egli può aiutarmi». Alla radice di questa nostra necessità della "relazione" si trova il "Dio-Trinità", la cui natura "intima" non è quella della "solitudine", bensì è quella di una "famiglia", di una "comunione" di "Persone" che sono "distinte" e insieme reciprocamente "immanenti" in una vertiginosa "circolazione" d’amore.
Insomma, come ci ricorda la
"Familiaris consortio" di Giovanni Paolo II: «Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza: chiamandolo all’esistenza per amore, l’ha chiamato nello stesso tempo all’amore. Dio è amore e vive in se stesso un "mistero" di "comunione" personale d’amore. […] Dio iscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la "vocazione", e quindi la capacità e la responsabilità dell’amore e della "comunione". L’amore è pertanto la fondamentale e nativa "vocazione" di ogni essere umano».