Ciò che il "mondo" non può darci né toglierci

RITAGLI     Il "centuplo" quaggiù già qui, già ora     DOCUMENTI

La benedizione di Papa Benedetto XVI, che ci insegna ad amare donando la vita...

Giacomo Samek Lodovici
("Avvenire", 27/5/’10)

Agli occhi di chi crede nel "successo" a ogni costo il "cristiano" è un "represso", un "frustrato", in definitiva un "infelice", perché rinuncia alle migliori e più intense "gratificazioni" della vita, rinchiudendosi in una gabbia di "divieti". Può sembrare dunque una clamorosa "falsità" quanto ha detto il Papa al "Regina Caeli" di Domenica scorsa: «Chi si affida a Gesù sperimenta già in questa vita la "pace" e la "gioia" del cuore, che il mondo non può dare, e non può nemmeno togliere una volta che Dio ce le ha donate». In effetti, Benedetto XVI ha insistito su questo "tema" molte volte e lo aveva rimarcato già nella "Messa" di inizio del "Pontificato": «Non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il "centuplo". Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo, e troverete la vera vita». Già allora il "Neo-Pontefice" sottolineava la "promessa evangelica", fatta a chi segue fedelmente Cristo, non solo di ricevere la "vita eterna" ma anche, «già ora, in questo tempo, cento volte tanto» ("Mc 10, 30"), pur insieme ad alcune "sofferenze" e nonostante, talvolta, le "persecuzioni".
Che il "cristiano" possa sperimentare sentimenti di "felicità", o comunque di "contentezza" durevole, «intender (fino in fondo) non lo può chi non lo prova», come direbbe
Dante; ma possiamo, sebbene solo in parte, provare a motivarlo.
In realtà, molto dipende da come si vive il proprio esser "cristiani". C’è un modo "legalista" e "frustrante" di vivere il "cristianesimo", quello di chi trascorre le sue giornate temendo di trasgredire "doveri" e curando di osservare "norme"; e c’è quello "liberante" di chi osserva – come è giusto – le "norme", ma non le considera il fine della sua vita, perché quest’ultimo è piuttosto l’esercizio dell’"amore" a Dio e al prossimo. Ora, se si agisce per "amore", ogni cosa diventa più lieve e, talvolta, diventa persino causa di "felicità": lavorare per mero senso del "dovere" o solo per guadagnarmi da vivere può essere estremamente pesante, mentre farlo per "amore" di mia moglie e dei miei figli, e per "amore" di Dio se coltivo una "vita interiore", è estremamente diverso.
È questo il vero senso della "sentenza", tanto spesso "travisata", di
Sant’Agostino: «Ama e fa’ ciò che vuoi». Infatti, se amo qualcuno, quando faccio/ometto qualcosa per lui, faccio/ometto quello che voglio, perché l’"amore" mi fa agire volentieri. Gli esempi si potrebbero moltiplicare, ma basta notare che ci sono persone accasciate dal "dolore" provocato da alcune malattie, che, nondimeno, si sentono interiormente "felici", o almeno "contente", perché, per "amore", in vista del "bene" di qualcuno offrono a Dio il loro "dolore".
Certo, la "vita cristiana" comporta anche delle "rinunce", ma per raggiungere "beni" più profondi e durevoli, comporta un certo qual «perdere se stessi», ma per ritrovarsi più pienamente, come ha detto il Papa: «Perdere qualcosa, anzi, se stessi per il vero Dio, il Dio dell’"amore" e della vita, è in realtà guadagnare, ritrovarsi più pienamente». È l’espressione del paradosso dell’"amore", il quale, proprio donando, arricchisce chi dona.
I "beni" a cui rinuncia il "cristiano" appagano nell’"immediato", ma, a lungo andare e – va sottolineato – non da subito, soddisfano sempre meno e lasciano sempre più "assetati", come bere "acqua salata". Tanto è vero che, spesso, gli uomini finiscono per "disdegnarli" una volta che li hanno conseguiti e ne cercano altri, e poi altri ancora, procedendo così «di brama in brama», come diceva un "filosofo" non certo "cattolico" come
Hobbes. La "relazione" (beninteso se sostanziata di "amore") con Dio, invece, non delude mai.