INTERVISTA

Dall’Algeria all’India,
continuano ancora le "persecuzioni" e i "soprusi" contro i credenti.
Parla l’"intellettuale" francese René Guitton.

RITAGLI     Cristiani, il nuovo "martirio     MISSIONE AMICIZIA

«In molti Paesi, i fedeli di Cristo sono dipinti come "occidentali"
e per questo ritenuti "nemici".
L’"Onu" deve fare ancora molto. Ma ci sono "segnali" positivi in Arabia».

Lorenzo Fazzini
("Avvenire", 28/8/’09)

Difendere i cristiani perseguitati. "Laicamente", «da "umanista", in nome del "dialogo" tra le religioni e le civiltà».
René Guitton ha fatto di tutto ciò un punto di onore del proprio impegno professionale e culturale. Già corrispondente di "France 2" dal Marocco, Guitton ha intrapreso la carriera di editore che l’ha portato ad essere direttore generale delle edizioni "Hachette". Oggi lavora alle "Éditions Calmann-Lévy"; è membro del gruppo di esperti dell’"Alleanza delle Civiltà" delle "Nazioni Unite". Già autore di un libro sulla "strage" dei Monaci di Tibhirine in Algeria ("Si nous nous taisons", "Calmann-Lévy"), Guitton è ora nelle librerie francesi con un "saggio-inchiesta" sui cristiani perseguitati nel mondo: "Ces chrétiens qu’on assassine" ("Flammarion", pp. 334, euro 21).
Per tale opera – applaudita da "Le Figaro", "Le Monde des Religions" e diversi "media" transalpini – ha appena ricevuto il "Premio letterario dei diritti dell’uomo", giunto alla sua 26
ª Edizione.

Dopo i suoi viaggi nei Paesi dove più regna la «cristiano-fobia», come spiega questa "avversione" verso i cristiani?

«È un fatto che varia da Paese a Paese. Nel "Nord Africa", ad esempio, è legata alla "colonizzazione", un fenomeno finito solo una cinquantina di anni fa. E in certi contesti questa dipendenza non è ancora terminata. Infatti esiste ancora la generazione di "autoctoni" che hanno vissuto come "colonizzati" dei francesi, degli italiani… Per cui i cristiani che abitano in quegli Stati, siano essi locali o stranieri, vengono identificati come i "colonizzatori" di un tempo. Tanto che in un Paese come l’Algeria gli "occidentali" vengono definiti "nazareni". In Medio Oriente persiste il retaggio delle "Crociate", rinverditosi con la guerra in Iraq.
Non va poi dimenticato come l’11 Settembre sia stato considerato in Oriente una vittoria contro l’Occidente cristiano. Questo è successo anche nell’Oriente non "musulmano", ad esempio in
India o in Sri Lanka, ovvero in contesti di religioni "pacifiche" come "induismo" e "buddhismo".
Insomma, il cristiano viene dipinto come un "occidentale" e per questo motivo additato come nemico. Quando invece – basti guardare al caso dell’Algeria – i cristiani locali, tra gli abitanti della Kabilia, per esempio, risiedono lì da prima dell’invasione "arabo-musulmana"».

Sembra però che la persecuzione "globale" contro i cristiani non sia diventata una questione di "politica internazionale" come dovrebbe essere…

«Sì, è vero, e questo avviene sia a livello di singoli Paesi che sul piano "internazionale". È difficile intervenire nei Paesi dove i cristiani vengono perseguitati perché sono cittadini di quello Stato. Questo significherebbe interferire negli affari interni di un Paese, ad esempio in Iraq od Egitto.
Come possono intervenire lì Paesi come la Francia o l’Italia? Qualche politico inizia a far presente il problema, come ad esempio il "cancelliere" tedesco Angela Merkel nella sua recente visita in Algeria.
La questione da qualche anno inizia a porsi: certo, su questo tema servirebbe un’"alleanza" europea. Ma il problema è che non deve essere l’Occidente in quanto tale a difendere i cristiani, altrimenti si incoraggia la divisione tra "cristiani" e "non cristiani"».

Ovvero, c’è bisogno di una difesa dei cristiani più "laica"?

«Esatto. Quello che ho cercato di fare con il mio libro è mettermi in un atteggiamento di apertura e "laicità". Io, "cattolico", denuncio le persecuzioni contro i cristiani per migliorare la loro condizione e per far sì che i rispettivi Governi lavorino per difendere queste "minoranze". Non voglio fare una "crociata" a favore dei cristiani oppressi, ma ricordare le situazioni di sofferenza in cui si trovano e soprattutto il silenzio che li avvolge».

In quali contesti nota dei miglioramenti per i cristiani osteggiati nella loro "pratica" di fede?

«Ho partecipato a diversi colloqui "interreligiosi" in Qatar. Nella "penisola araba" si stanno aprendo delle Chiese: ciò è avvenuto in Kuwait, Qatar e ad Abu Dhabi. Qui la situazione è in evoluzione grazie all’"immigrazione" asiatica: indiani, indonesiani, srilankesi rappresentano il "proletariato" dei Paesi del petrolio e i governanti locali hanno capito che è meglio costruire delle Chiese per i cristiani di queste "etnie", certamente in maniera discreta. Ma questo è già un inizio. Anche in Turchia, dove la religione viene ancora menzionata sulla "carta d’identità" (fatto che genera discriminazioni sul posto di lavoro), le cose stanno cambiando: per l’anno prossimo il Governo ha indetto un anno dedicato alla "cultura europea"».

Lei è impegnato nell’"Alleanza per le Civiltà" delle "Nazioni Unite". Cosa sta facendo l’"Onu" per i cristiani "perseguitati"?

«Ho preparato un rapporto per l’alto rappresentante dell’"Alleanza", l’ex Presidente del Portogallo Jorge Sampaio, basandomi sul mio libro. A Settembre invierò il documento all’"Onu". Certo, al "Palazzo di Vetro" le cose procedono con calma: la questione dei cristiani perseguitati è una vicenda nuova e delicata, e sfortunatamente ci sono tante "crisi" urgenti (fame, guerre…) da affrontare. Ma sono convinto che siamo all’inizio di una presa di coscienza "internazionale" riguardo alle persecuzioni che colpiscono i cristiani».