Con le nostre "ferite" davanti all’«immagine del "silenzio"»

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che non mente

Il Volto della Sindone: sguardo silente che tocca il cuore...

Riccardo Maccioni
("Avvenire", 9/4/’10)

Da "Viale 1° Maggio" al "Duomo", dall’"accoglienza" dei "pellegrini" alla "Sindone", è poco meno di un chilometro. Il "tempo" necessario per spegnere la "fantasia" e accendere il "cuore", "resettando" la "ragione" sul vocabolario dei "sentimenti". Perché il "telo" che avrebbe avvolto Cristo non è una "reliquia" come le altre ma uno "specchio". Riflette la "Passione" di Gesù, certo, ma accanto c’è spazio anche per le "ferite", quelle con la "effe" minuscola che ognuno ha dentro di sé. Anzi proprio in quei segni di "violenza" così "disumana" è scritta tutta la nostra "sofferenza" di piccoli uomini.
Ma serve "tempo" per capirlo, e "silenzio". Sono gli ingredienti del breve tratto che i "fedeli" percorreranno a piedi verso il luogo dell’"Ostensione". Tra loro tanti, tantissimi "torinesi", con l’atteggiamento di chi va da un vicino di casa, il "parente" che ti abita accanto e proprio per questo visiti solo nelle "feste comandate". Non è "laicismo" o "disincanto" ma la consapevolezza di una presenza "fedele", mista alla "paura" che ti prende quando sai di doverti guardare dentro. Perché la "Sindone" ti interroga, ti sbatte in faccia il "dolore innocente", è il racconto di una "morte" che solo la "Risurrezione" può far accettare.
Mentre guardi quel "volto" rigato di "dolore" e "sangue" ti viene quasi da invocare la fine della "sofferenza" perché il "male" stanca anche quando non ti colpisce direttamente. E invece quel "dolore" è tuo, nostro. Nella "penombra" rarefatta che circonda il "telo" luminoso, davanti agli occhi passano le "tragedie" grandi e piccole dei nostri giorni, denunciate senza urlare com’è nello stile dei "torinesi". «La "Sindone" – disse
Giovanni Paolo II il 24 Maggio 1998 – è immagine del "silenzio"».
C’è un "silenzio" tragico dell’"incomunicabilità", che ha nella "morte" la sua massima espressione, e c’è il "silenzio" della "fecondità", che è proprio di chi rinuncia a farsi sentire all’esterno per raggiungere nel profondo le radici della "verità" e della "vita"». Davvero è così. Nel "silenzio" di quel "telo", risuona l’invito a superare l’"effimero", a immergersi nell’immenso "presente" di Dio. Per questo ci dovremmo domandare non tanto se la "Sindone" è «autentica», cioè se ha avvolto davvero Gesù deposto dalla "Croce", ma perché il "Padre" ce l’ha donata. Una risposta che solo il "cuore", non la "scienza" può dare.
Ma nei "torinesi" un altro "quesito" alberga da sempre: perché proprio qui? Perché la "reliquia" ha terminato la sua corsa, ha concluso le sue mille "peripezie" proprio a
Torino? Verrebbe voglia di rispondere, per quel «sacro» "distacco" che rende unica la città, lontana, almeno in apparenza, da ogni illogico "fanatismo". Ma sarebbe "riduttivo". Perché i "torinesi" sentono loro la "Sindone". Soprattutto l’hanno sentita propria quando hanno rischiato di perderla, nell’"incendio" del 1997. In quella notte d’Aprile il "lino" poteva essere distrutto per sempre. C’era il fumo che saliva e l’angoscia che cresceva nei "cuori" delle gente che a piccoli gruppi, con "discrezione", si ritrovava davanti al "Duomo" con la "Cupola" del Guarini danneggiata dalle fiamme. Poi, l’anno dopo, l’"Ostensione", da "record" per "durata" e anche per "partecipazione" «torinese». Bisognava ringraziare il Signore per il "pericolo" scampato, c’era da ritrovare un "amico". Lo stesso "testimone" di "dolore" e "Risurrezione" che da domani racconterà la "Passione" di Gesù a migliaia di suoi «concittadini». Per riconoscerli basterà cercare tra i "pellegrini" quelli più "concentrati" e "pensierosi".
No, non sarà "distacco" ma una forma di "rispetto" e di "amore" verso Chi si è offerto volontariamente per la nostra "salvezza". Sarà un modo per riprendersi il "tempo". Quello necessario a spegnere la "fantasia" per far parlare il "cuore".