"SINODO PER L’AFRICA"

RITAGLI     Dal "dialogo"     DOCUMENTI
una nuova chiave di "sviluppo"

Parla il Vescovo di Maradi (Niger):
«Insieme alle altre "fedi", a piccoli "passi",
possiamo davvero cambiare le cose».

Marco Bello
("Avvenire", 28/10/’09)

Monsignor Ambroise Ouedraogo è un Vescovo originario del Burkina Faso, ma da oltre 20 anni lavora in Niger, uno dei Paesi più poveri del mondo. La sua "Diocesi", Maradi, ha una superficie di 1 milione di chilometri quadrati, sui quali vivono 6 milioni di persone e appena cinquemila "cristiani". Tra le sue priorità "pastorali" c’è il "dialogo" con l’"Islam", tema al centro dell’"agenda" anche del "Sinodo" appena concluso. «In questo "Sinodo" ho sentito una grande speranza – spiega – . Abbiamo ascoltato diverse "testimonianze", alcune terribili.
Ma, malgrado tutto, si sente una reale volontà di "cambiamento". È vero che da sola la "Chiesa" non può farlo, ma con le altre "confessioni" e interpellando i responsabili "politici", insieme possiamo cambiare la situazione».

Come può intervenire la "Chiesa" su chi governa?

Non abbiamo avuto paura di dire la verità. C’è stato un coraggio della "parola". Ora bisogna vedere nella pratica come si potrà applicare. I "Governanti" sono liberi, ma dobbiamo accompagnarli, siano essi "cristiani" o "musulmani". Fare loro sempre presente il senso del "bene comune", del servizio alla nazione. Affinché lavorino per sviluppare il loro Paese e non per riempirsi le tasche e fare una "politica" di "clan" o di "famiglia", sulle spalle dei "poveri". Noi responsabili "religiosi" dobbiamo dire loro: ma cosa state facendo? Volete questa Africa "povera" ma piena di "ricchezze" oppure trasformarla, affinché bambini, giovani, donne, possano vivere in pace?

Tra i "temi" affrontati nell’"Assise", il ruolo della "donna"…

Abbiamo visto che la "Chiesa" ha difficoltà a dare responsabilità alle donne, affinché giochino il loro ruolo fino in fondo. Sono esse che portano la vita, che soffrono, si battono. Penso che bisogna dare loro il posto giusto nella "Chiesa", lavorando insieme. Hanno chiesto di partecipare di più alle "istanze decisionali". Il "Messaggio Finale" del "Sinodo" è chiaro su questo punto. Le donne, le "religiose", al loro ritorno sapranno come fare progredire la situazione.

Come portare il "messaggio" al popolo e alle "comunità", nella realtà "quotidiana" in Africa?

Il "Sinodo" ha lanciato un "messaggio". Adesso sta a ognuno di noi "Vescovi" trovare la propria "strategia", affinché questo arrivi fino all’ultima casa della "savana" o della foresta. Tornati lavoreremo con Preti, "religiose", "religiosi", "comunità cristiane di base", attraverso le "Commissioni Diocesane". Per stimolare queste strutture, come le "Commissioni Giustizia e Pace" e "Dialogo Islamo-Cristiano", affinché il "messaggio" possa toccare ognuno e diventare efficace. Per far questo dovremo tradurlo nelle "lingue africane", ma questo non è un ostacolo.

Sul "dialogo inter-religioso" lei ha portato un contributo importante…

Sono soddisfatto del modo con cui è stata affrontata la questione, al "Sud" come al "Nord" del "Sahara". In certi Paesi ci sono problemi. In Niger abbiamo un’esperienza positiva. Nelle campagne, città, quartieri, "cristiani" e "musulmani" vivono e lavorano insieme. È vero che nel "Nord" della Nigeria ci sono attriti e abbiamo talvolta paura che questo arrivi anche da noi. La "Chiesa" fa uno sforzo per creare uno spazio di "dialogo", un luogo dove "musulmani" e "cristiani" possano sedersi insieme e fare un cammino, seppur lento. Occorre essere prudenti e fare piccoli passi. In Niger abbiamo aspettato 60 anni prima che la "comunità musulmana" venisse a farci gli "auguri" di "Natale". Per anni i Vescovi hanno mandato gli "auguri" in concomitanza delle "feste islamiche". I "musulmani" si sono chiesti il perché e sono venuti alla "Cattedrale" di Niamey alla "Messa di Mezzanotte": questo è formidabile. Dal 2000 gli "imam" partecipano agli incontri della "Commissione Diocesana per il Dialogo Islamo-Cristiano": vengono a lavorare e riflettere con noi su questioni importanti. Inoltre nelle nostre strutture della salute, educazione, sviluppo, abbiamo molti "musulmani". Ci siamo detti: se lavoriamo insieme, dobbiamo conoscerci.