Il "richiamo" di Benedetto XVI alla "radice" dell’esistenza

RITAGLI     Il "cuore umano",     DOCUMENTI
un "deserto" che può tornare a fiorire

Don Michele Giulio Masciarelli
("Avvenire", 10/9/’09)

L’"Omelia" che Benedetto XVI ha tenuto Domenica durante la "Celebrazione Eucaristica" nella spianata di Valle Faul a Viterbo è innervata da alcune parole forti, capaci da sole di intessere un’essenziale matrice di vita "cristiana" ed "ecclesiale". Due tra le altre colpiscono in modo particolare: il «deserto» e il «cuore». «Il deserto più profondo – ha affermato il Papa – è il cuore umano quando perde la capacità di ascoltare, di parlare, di comunicare con Dio e con gli altri». Il cuore opaco, "otturato", sordo e cieco è il simbolo dell’uomo chiuso, ripiegato su di sé, chiuso alla preghiera con Dio, ai legami di "fraternità" con gli altri. Il Papa va al centro dell’uomo, che è il suo cuore.
Quando il cuore diventa così si perde l’uomo, giacché il "cuore" è il doppio interiore dell’uomo, la sua radice nascosta e "sorgiva", ed è perciò il luogo misterioso dov’è l’uomo intero, come afferma Gesù: «È dal cuore infatti che escono i mali pensieri, gli omicidii, gli adulteri, le fornicazioni, i furti, le menzogne, le bestemmie; e queste sono le cose che contaminano l’uomo» ("Mt 15,19-20"). L’uomo si perde dentro di sé come lo si salva dall’interno, sottintende Papa Benedetto, intriso com’è del "pensiero" di
Agostino, che fa coincidere il senso della parola "cuore" con l’"Io": «Cor meum, ubi ego sum quicumque sum», «il mio cuore, dove io sono chiunque sono» ("Confessioni", X, 3).
Il "cuore desertico" di cui parla il Papa è il cuore che si è "indurito", e si è dunque rovinato, perso, "inacidito". «Si diventa allora ciechi perché incapaci di vedere la realtà; si chiudono gli orecchi per non ascoltare il grido di chi implora aiuto; si indurisce il cuore nell’indifferenza e nell’egoismo», afferma preoccupato Papa Benedetto, auspicando che il cuore si riempia di «umanità buona». Il Santo Padre parla dell’«ardente desiderio di Gesù di vincere nell’uomo la solitudine e l’"incomunicabilità" create dall’egoismo, per dare volto a una "nuova umanità", l’umanità dell’ascolto e della parola, del dialogo, della comunicazione, della comunione con Dio. Una umanità "buona", come buona è tutta la "creazione" di Dio». Perciò, si tratta di ripartire dal cuore, punto strategico dell’umanità e dell’intera "creazione".
Forse si può capire bene l’importanza del "richiamo" di Benedetto XVI al cuore e alla necessità di riempirlo di amore e di "Vangelo", se ricordiamo che Gesù riassume la sua intera opera "messianica" non nella "conquista" del cuore umano, ma nella sua "cura", nella "ri-creazione": «Vi darò un cuore nuovo, [...] vi darò un cuore di carne» ("Ez 36,26"). Ma il richiamo di Papa Ratzinger al cuore si capisce fino in fondo solo se attiviamo il "metodo del rovescio", se consideriamo cioè quel che accade se il cuore si guasta. Grandi sono le disgrazie che possono capitare, anche per colpa nostra, al nostro cuore, ma la peggiore è il suo "indurirsi" ("Es 4,21; 9,7").
Un cuore "duro" non può amare perché l’amore ha bisogno di "leggerezza spirituale" e di forza, due caratteristiche che non appartengono al cuore duro, sclerotizzato dal "disamore" e dal peccato che non riesce ad avere questa "agilità spirituale", questa sottigliezza. Il cuore duro è un cuore "rigido" e, in questo senso, vecchio. Ma non è questa la peggiore conseguenza di un cuore duro, bensì l’incapacità di "lasciarsi amare". La nostra prima verità infatti non è l’amare, ma il "lasciarci amare": "Amor, ergo sum", sono stato amato da sempre, perciò esisto e sono.
Chiudendo l’"Omelia", Benedetto XVI torna ancora su "cuore" e "deserto", ma concependole diversamente. Questa volta "deserto" è usato per indicare il tempo e lo spazio in cui il cuore dell’uomo può trovarsi: «Quando il cuore si smarrisce nel deserto della vita, non abbiate paura, affidatevi a Cristo, il primogenito dell’umanità nuova: una famiglia di fratelli costruita nella libertà e nella giustizia, nella verità e nella carità dei figli di Dio». Perché il Papa si appella a Cristo per la "crisi" del cuore umano? La risposta è nell’indimenticabile affermazione di
Giovanni Paolo II all’inizio del suo "Pontificato": «Cristo sa cosa c’è dentro l’uomo, lui solo lo sa».
Cristo non solo è perfetto conoscitore del cuore dell’uomo, ma vive nel cuore dell’uomo e diviene in lui principio di una nuova vita. Così l’amore, che era disceso dal seno di Dio negli abissi della "creazione", riporta l’uomo su per i "ciglioni" di questi abissi. E lo solleva fino al cuore del "Padre".