Due "giganti" della "fede" e il "’900"

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nella realtà toccata dal "male"

PIO XII e GIOVANNI PAOLO II: due Pontefici in cammino verso la Santità...

Salvatore Mazza
("Avvenire", 20/12/’09)

Sembra quasi di vederli, Pacelli e Wojtyla, camminare oggi fianco a fianco sulla strada verso la "Beatificazione". Per quegli strani (strani?) casi della storia, i percorsi delle rispettive "cause", lunga, tormentata e controversa l’una, rapidissima quasi a "furor di popolo" l’altra, hanno finito ieri per convergere nella "firma" che Benedetto XVI ha contemporaneamente apposto sui "Decreti" che ne riconoscono le "virtù eroiche", primo passo verso la gloria degli "altari". Due "giganti", che a confronto con le tragiche e infinite contraddizioni del "secolo" forse più buio per l’umanità, seppero illuminarlo con la fiaccola della "Verità".
Non è giusto, e Papa Ratzinger l’ha nuovamente sottolineato ieri parlando al "Dicastero" per le "Cause dei Santi", leggere la "Santità" in chiavi diverse da quella dell’"efficacia del Vangelo". E questo, ovviamente, vale anche per
Pio XII e Giovanni Paolo II. È tuttavia altrettanto vero che, proprio per l’essere Cristo il "signore della storia", non si può scrutare l’itinerario dei due "Servi di Dio" che dentro le vicende di un "Novecento" di cui finirono con l’essere protagonisti assoluti. Opponendosi con tutte le loro forze, in ogni momento, a ogni forma di negazione dell’uomo. Che si chiamassero "fascismo", "nazismo", "comunismo", "degenerazioni" ultime dell’idea "statuale" "ottocentesca", tragici colpi di coda di una concezione della "ragion di Stato" alla quale, in nome dell’"ideologia costitutiva", tutto può – e, alla bisogna, deve – essere sacrificato. Oppure "relativismo", "globalizzazione", coi loro opprimenti fardelli pieni di quel vuoto "post-ideologico" che ancora aspetta di essere colmato.
Se dunque i "Santi", come ha detto ieri Benedetto XVI, sono una prova che «la presenza di Cristo nel mondo, creduta e adorata nella "fede", è capace di "trasfigurare" la vita dell’uomo», Pacelli e Wojtyla rappresentano in questo senso, nel loro tempo, un esempio "inequivoco", uguale e parallelo, della capacità del "bene cristiano" di incidere su una realtà segnata dal "male".
Un mare di cose sono già state dette sull’argomento, e altri mari verranno detti. Ma oggi, forse, bastano due "immagini" a fissare quella "capacità". La prima è del 19 Luglio del 1943, quando Pio XII arrivò nel quartiere romano di "San Lorenzo" appena bombardato dagli "alleati", mentre ancora si cercavano i morti sotto le "macerie". Il Papa che digiunava in segreto per condividere le privazioni del suo "gregge", che aveva dato ordine di soccorrere «in ogni modo» gli "Ebrei" ovunque perseguitati (fatto ancora discusso solo da chi ne vuole a tutti i costi discutere, non certo dalla "verità storica") quel 19 Luglio scese tra la sua gente. Un gesto tanto semplice quanto impensabile, che trasformò quel giorno disperato: «Davvero vedemmo Cristo tra noi», ha ricordato una volta il Cardinale Fiorenzo Angelini, che all’epoca era "Parroco" e fu testimone del fatto.
La seconda "immagine", separata dalla prima da quasi cinquant’anni, è del 23 Giugno del 1996. E ci mostra Giovanni Paolo II che, col suo passo già tanto "affaticato", varca la "Porta di Brandeburgo". Il "Muro" era crollato appena da sette anni, ma la "sbornia" dell’illusione di essere al "capolinea" di una nuova "età dell’oro" era passata da un pezzo, cancellata brutalmente dalle crudeltà atroci dei rinascenti "nazionalismi", dall’inizio dell’abbandono che trascinava in basso il "Sud del mondo", da quel «vivere come se Dio non esistesse» che – diceva il Papa – rappresentava un "male" ben peggiore, perché più "subdolo", dell’"ateismo". Nel silenzio di quel piovigginoso pomeriggio "berlinese", prima che esplodesse l’applauso, furono gli occhi di tutto il mondo a riconoscere in quell’uomo divenuto "debole", che da quell’"ubriacatura" aveva messo in guardia fin da quando la polvere del "Muro" non s’era ancora del tutto posata, la forza invincibile della "profezia cristiana".
Due "immagini" che davvero declinano quanto detto ieri da Benedetto XVI: «La "Santità", cioè la "trasfigurazione" delle persone e delle realtà umane a immagine del Cristo "Risorto", rappresenta lo scopo ultimo del piano di salvezza "divina"». Chissà, ora che camminano fianco a fianco, se Pacelli e Wojtyla è di questo che parlano.