"MISSIONE ALGERIA"

PRECEDENTE     La nostra "Croce" in terra d’"Islam"     SEGUENTE

P. Claudio Monge*
("Mondo e Missione", Maggio 2010)

Il "Numero 24" dei "Lineamenta" del "Sinodo" per il "Medio Oriente", alludendo all'ascesa dell'"Islam politico", affermatosi a partire dagli "Anni Settanta" con "derive" spesso "violente", sottolinea come esso rappresenti una minaccia per i "cristiani" così come per i "musulmani", minaccia che chiede un'opposizione comune di tutti i "credenti". Queste considerazioni, sono una chiave di lettura essenziale per capire – ad esempio – l'ultimo ventennio di storia "algerina". «Amici, devo confidarvi una cosa: il mio padre, il mio fratello, il mio amico Pierre mi ha insegnato ad amare l'"Islam", mi ha insegnato ad essere "musulmana", amica dei "cristiani" d'Algeria. [...] Amici miei, oggi io sono vittima del "terrorismo"». Il "grido" della giovane "musulmana" Oum El Kheir, dal giorno delle "esequie" di Mons. Pierre Claverie, assassinato il 1° Agosto 1996, non ha ancora smesso di risuonare in una terra che è stata scossa da una vera e propria "guerra civile" che ha mietuto vittime di ogni "religione" e "classe sociale". Mons. Claverie fu investito, con il suo giovane autista "algerino", da una violenta esplosione all'ingresso del "Vescovado" e il loro sangue si "mescolò" in una morte che ha assunto un significato "simbolico".
Riandando a quegli anni con
Mons. Henri Teissier, "Vescovo Emerito" di Algeri, si constatava che, pur nella loro "drammaticità", essi hanno fondato la speranza di un "incontro" sempre possibile con «l'altro», rappresentato prima di tutto dai "musulmani" tanto temuti e, spesso, a torto, "criminalizzati" in blocco. Per i «Martiri d'Algeria» il "dialogo" è stato una parola d'ordine della "fede", in quanto costitutivo della "relazione" stessa di Dio con gli uomini e degli uomini fra loro. Lavorando per un "dialogo" sincero, pur senza "ingenuità", si concentrano gli sforzi e le attenzioni sulla sfida comune a tutte le "religioni" di difendere la "dignità" e la "sacralità" di ogni uomo. Se le definizioni "dogmatiche" spesso separano, l'impegno quotidiano, orientato alla "riconciliazione", apre percorsi di "incontro" o, almeno, alimenta la speranza di poter capire, un giorno, in Dio, il significato "misterioso" della «diversità» che, spesso, ci allontana nel tempo presente. Per questo, in terra d'"Islam", la semplice fedeltà a una testimonianza di "fede" in un contesto talvolta anche ostile e "violento", esprime tutt'oggi qualcosa di essenziale del "messaggio evangelico". È una resistenza fragile e "disarmata", nella quale i "cristiani" diventano segno dell'"Alleanza indefettibile" che Dio propone al suo "popolo" e a tutta l'"umanità", accettando la "lacerazione" del "Crocifisso": di Colui che non sceglie una parte piuttosto che un'altra, ma tenta di conciliare gli "estremi" senza ergersi a "giudice" e senza abbandonare nessuno.
In questo atteggiamento, non c'è "sprezzo" della vita né rinuncia a difendere i propri giusti "diritti"; ma, certamente, ci si pone su posizioni opposte rispetto a chi, in "Occidente", crede oggi di ergersi a "paladino" delle "minoranze cristiane" perseguitate, proponendo una visione "ideologica" dei "valori" della "fede" come "diritti identitari" da spendere in una «visione "conflittuale" delle "civiltà"». La "Croce", l'abbraccio estremo che si apre sulle «linee di "frattura" dell'"umanità"», è trasformata in "spada" da brandire di fronte alla "diversità", alimentando la "violenza" che si dice di voler combattere. Ecco perché il nuovo "Vescovo" di Algeri,
Ghaleb Moussa Abdalla Bader, ricorda che «vivere insieme non è "monopolio" di nessuno ma è una "vocazione universale"». In Algeria, in "Medio Oriente" e altrove.

* "Centro Domenicano per il Dialogo", Istanbul (Turchia)