«Così accompagniamo
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il nostro "Sinodo"!»
«Sono già state dette "parole" importanti.
Ma la vera "sfida" è calarle davvero nella
"quotidianità"!».
P. Claudio
Monge*
("Mondo e Missione", Ottobre 2010)
Siamo ormai alla Vigilia del "Sinodo per il
Medio Oriente". L'"Instrumentum
Laboris", consegnato da
Benedetto
XVI durante la Visita Apostolica a
Cipro
a Giugno, è un ottimo testo: equilibrato, ricco, con spunti che sarebbero
sufficienti ad alimentare una Pastorale di decenni. A partire dalla mia
esperienza quotidiana in terra di Turchia,
vorrei però chiedere ai Cristiani
degli altri Paesi del Medio Oriente in
che modo sono stati raggiunti, interpellati e stimolati alla riflessione per
sentirsi attori o, semplicemente, per essere resi coscienti dell'importanza di
ravvivare lo spirito del Vangelo
in terre che sono state la culla dell'annuncio della Buona Novella. Almeno nelle
terre che diedero i natali a San
Paolo, la speranza che il vento del Sinodo possa soffiare per stimolare
la riscoperta della "martyria" ("testimonianza") Cristiana
è tutta necessariamente orientata al "Post-Sinodo", visto che a
livello di Popolo di Dio la riflessione "Pre-Sinodale" non è mai
iniziata. Il problema è sempre lo stesso: come far sì che questi importanti
appuntamenti incidano davvero nel quotidiano della vita dei Cristiani e non
restino sterile dibattito per «addetti ai lavori», con moltiplicazione di
Documenti che arricchiscono gli Archivi già stipati di polverose Biblioteche?
Come accompagnare i Padri Sinodali e,
più ancora, come aiutarli a diventare davvero profondi conoscitori delle
realtà che sono chiamati a rappresentare?
L'"Instrumentum Laboris" parla chiaro: «I Padri Sinodali sono
invitati non solamente a presentare la situazione dei singoli Paesi, ad
analizzarne aspetti positivi e negativi, bensì e soprattutto a fornire ai
Cristiani le ragioni della loro presenza in una società prevalentemente Musulmana,
sia essa Araba, Turca,
Iraniana,
o Ebrea nello
Stato
d'Israele. I fedeli attendono dai Pastori di conoscere i motivi chiari
per (ri)scoprire la loro Missione in
ciascun Paese» ("Instrumentum Laboris", n. 6). Poco più avanti, lo
stesso Documento Sinodale ricorda: «Il pericolo sta nel ripiegamento su di sé
e nella paura dell'altro. Occorre allo stesso tempo rafforzare la fede e la
spiritualità dei nostri fedeli e rinsaldare il legame sociale e la solidarietà
tra di loro, senza cadere in un atteggiamento ghettizzante» ("Instrumentum
Laboris", n. 28).
Chi conosce da vicino le Chiese del Medio Oriente sa bene che l'inizio della
loro riforma interna è il più grande frutto che si possa auspicare dal Sinodo:
un compito che non può più essere rinviato, pena l'implosione totale di
realtà secolari, che devono smetterla di vivere di semplici ricordi ma
costruire l'oggi di Dio, mantenendo viva una vera «memoria delle origini».
Dunque, più che a Roma per una quindicina di giorni, il vero Sinodo deve
iniziare in Medio Oriente, nel cuore delle Comunità locali e tra le Chiese di Riti
diversi, per diventare segno in un mondo caratterizzato dalla presenza
maggioritaria di fedi diverse. La miglior sintesi possibile di un programma di
vita e di uno stile Pastorale che dovrebbe animare i Cristiani del Medio
Oriente, nella loro diversità di storia e di Riti, ci pare: «Più comunione e
meno "confessionalismi"!»; con una piccola variante: «Più comunione
e meno "personalismi"!», applicabile nel cuore delle stesse
Comunità. È l'appello implicito ad aguzzare l'ingegno Teologico, ad affinare
l'obbedienza allo Spirito, per essere semplicemente più «Cattolici» nel vero
senso della parola. È un cammino necessario per chi è chiamato anche ad
annunciare la carità di Cristo ai Musulmani, non perseguendo scopi di
proselitismo, ma esprimendo la logica conseguenza del radicamento nel Mistero
Pasquale che, solo, è fattore di comunione
e non di divisione!
* "Centro Domenicano per il Dialogo", Istanbul (Turchia)