L’"ORIENTE CRISTIANO"...

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Le "Migrazioni" ci chiamano a non vivere più solo di "Tradizioni",
"imbalsamate" come "Reliquie".

P. Claudio Monge*
("Mondo e Missione", Novembre 2010)

Con le Migrazioni e la Globalizzazione, dare una definizione aggiornata di Oriente Cristiano è operazione alquanto difficile. Il concetto originario resta "storico-geografico" e rimanda alla "Pars Orientalis" dell'Impero Romano. La separazione tra l'Occidente e l'Oriente Cristiano si consumò in modo definitivo nell'XI Secolo: il Primato Petrino – genuino servizio del Vescovo Romano alla trasmissione della fede e all'unità delle Chiese – era già allora strumentalizzato dalle Potenze Occidentali e trasformato in garante di un'egemonia Planetaria segnata da un Progetto Divino.
L'Oriente venne così spesso relegato a gregario subalterno. Il tentativo di ricomposizione dello Scisma con Roma, inteso secondo gli schemi dell'Uniatismo, non fece che peggiorare le cose. Tra incomprensioni e chiusure, la fedeltà al Vangelo e alla testimonianza dei Padri della Chiesa ha rischiato di diventare un vago «rivestimento culturale», un «guscio Confessionale» dato a una appartenenza Comunitaria su base "etnico-culturale" e, dunque, fortemente "identitaria".
Ai nostri giorni, se le
Chiese Orientali Cattoliche meritano rispetto e anche ammirazione per il caro prezzo spesso pagato per restare in Comunione con la Sede Petrina, non possono però più vivere solo di Tradizioni «imbalsamate come Reliquie», ma devono accogliere la loro trasformazione in atto, come un invito pressante a un radicale rinnovamento dello spirito. In effetti, dopo aver subito un esodo incessante di fedeli verso terre straniere, alla ricerca di condizioni di vita (economiche, di sicurezza e di libertà) migliori (fenomeno evocato anche nei Lavori del "Sinodo" appena conclusosi), in questi ultimi anni registrano uno straordinario fenomeno di segno opposto. Solo in Turchia, tra il 2006 e il 2008, il numero di Domande d'Asilo registrate dall'"Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati", ha segnato un aumento vertiginoso del 285 per cento.
Nel 2009 questo afflusso è stato quantizzato in circa 17mila persone, di cui quasi il 50 per cento Cattoliche (il 42 per cento dall'
Iraq, l'11 per cento dall'Africa, senza contare i Filippini). Si tratta di un'umanità spesso dolente, sopravvissuta a drammi inenarrabili, che rivendica, più dei diritti culturali e storici, il semplice riconoscimento dei più basilari diritti umani. Si stanno creando nuove Comunità di fede, le cui Liturgie ritrovano un'energia e un senso di partecipazione spesso dirompenti e ormai generalmente sconosciuti alla Tradizione delle Chiese Orientali storiche. È la testimonianza del bisogno di celebrare una Risurrezione possibile e non più solo sperata.
Il Lavoro dei Responsabili è complesso, ma deve assolutamente far crescere il suo carattere Profetico: bisogna gestire con pazienza, ma anche senza nostalgie o rimpianti, l'evoluzione Ecclesiologica in atto e il ritorno a un Vangelo che pretende di influire sul vissuto quotidiano, rompendo gli argini Sacrali della Proclamazione Liturgica. Appare allora urgente, come ricordava già l'
"Instrumentum laboris" del "Sinodo" per il Medio Oriente, un'educazione dei Cristiani Orientali alla Dottrina Sociale della Chiesa e alla giustizia sociale, per combattere ogni atteggiamento di superiorità, finanche di disprezzo nei confronti dei nuovi arrivati (cfr. "n. 50"). Sapranno le Chiese Latine del Medio Oriente, da «pietra di inciampo», diventare «ponti di unità» tra «Chiese Sorelle», tra Chiese Orientali e Chiesa Latina, senza cancellare la ricchezza della diversità, ma anche senza abusarne per una strategia dell'esclusione?

* "Centro Domenicano per il Dialogo", Istanbul (Turchia)