Il "fil-rouge" dei "Discorsi" del Papa in Calabria

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per sperare in un "Paese" migliore

Papa Benedetto XVI, durante la sua Visita in Calabria, ha indicato ai fedeli la luce della fede, che porta ogni vita nella giusta direzione...

Mimmo Muolo
("Avvenire", 11/10/’11)

Si è svolta in due momenti apparentemente diversi tra loro, ma la prima Visita di Benedetto XVI in Calabria ha avuto un "focus" unico ed ha irradiato un unico messaggio! A leggere in filigrana i quattro "Discorsi" di Domenica emerge, infatti, sia nella tappa di Lamezia Terme sia in quella di Serra San Bruno, uno dei temi che più stanno a cuore al Papa: la centralità di Dio nella vita dell’uomo.
Con la chiara indicazione di ciò che accade quando questa centralità esiste (come nella vita dei Monaci
"Certosini") e quando, al contrario, essa viene cancellata dal rumore, dall’indifferenza e dall’inquinamento, anche spirituale, che rendono «non salubre» la società contemporanea.
C’è infatti un "filo unico" che lega la lucida analisi con cui il Pontefice ha fotografato la realtà Calabrese («una terra in cui si ha la netta sensazione di essere in continua emergenza»), il conseguente invito a reagire ai problemi (disoccupazione e «criminalità efferata», soprattutto), l’auspicio di veder nascere «una nuova generazione capace di promuovere non tanto interessi di parte, ma il bene comune» e, infine, la forte sottolineatura della necessità di non emarginare Dio dalla vita quotidiana. Qui è anzi il centro del "Discorso" del Papa! La sorgente dalla quale far scaturire l’impegno capace di rigenerare anche il tessuto sociale. Una società che emargina Dio, ha ricordato infatti Benedetto XVI, finisce prima o poi con l’emarginare anche il prossimo, e ciò ha pesanti ripercussioni proprio nella costruzione di quel bene comune, che taluno si illude di promuovere cancellando la dimensione "trascendente" dall’orizzonte umano.
In questo senso, le parole del Pontefice vanno ben oltre l’orizzonte Calabrese! Ed offrono a tutto il Paese, oggi più che mai impantanato in una crisi di senso (prima ancora che politica ed economica), la "bussola" per tornare a sperare in un «futuro migliore». È un’indicazione di sostanza, quella di Papa Ratzinger, anche se paradossalmente si esprime con l’immagine evangelica del vestito nuziale, che parrebbe rimandare di più alla forma. Ma proprio qui è il paradosso! In una società in cui il "look" è tutto o quasi, il Papa, Vangelo alla mano, ricorda che l’unica maniera di essere "fashion" agli occhi di Dio è vestire l’abito buono griffato da quel particolare "stilista" che è la carità. Una regola che vale per tutti, anche e soprattutto per coloro che già posseggono il "pass" della fede per entrare alla festa.
Fuor di metafora, questo significa che la fede, senza la carità, non basta! E che bisogna improntare alla legge dell’amore non solo i rapporti interpersonali, ma tutto l’agire politico, economico e sociale.
Significa mettere al primo posto la persona umana, la sua vita e la sua insopprimibile dignità, e dunque cercare la soluzione ai problemi endemici come la mancanza di lavoro, la persistente presenza della "mafia", il precariato che insidia il futuro dei giovani, il relativismo morale che mina la stabilità delle famiglie, la cultura della morte che miete vittime innocenti fin dall’alba della vita. Significa «tutelare le persone disabili che chiedono attenzione da parte di tutti, in particolare delle istituzioni». In una parola, come ha fatto
San Bruno ai suoi tempi, vuol dire rinnovare il mondo con la forza di una fede operosa.
Il "segreto" del Fondatore dei "Certosini", e buono per ognuno di noi, ci ricorda il Papa, è rimettere Dio al centro della propria vita, costruendo dentro di sé quella "Certosa" interiore, cioè quello spazio di silenzio, che permette di ascoltarne la voce. Ecco l’"atelier" in cui viene intessuto e modellato l’abito della carità che cambia il mondo! Un "prodotto" la cui esportazione è più che mai necessaria, oggi, per riequilibrare il "deficit", anche e soprattutto spirituale, della nostra società!