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Roberto Mussapi
("Avvenire", 15/1/’10)
Scene di "inferno": le abbiamo viste e le vediamo, in
"Internet" e in televisione, le raccontano i "reporter". E
la discesa a Port-au-Prince ha i toni di
una "perigliosa" discesa "infera" dal piccolo
"charter" noleggiato faticosamente a Santo
Domingo dalla "troupe" di una "tv americana". Nelle
"riprese", l’approssimarsi all’"inferno": le case
crollate, i palazzi "sventrati", "voragini" e in giro poche
persone, quasi tutte a piedi. E poi, in un "montaggio" da incubo, alle
immagini si fondono le frasi riportate, sentite o lette, la terra che ondeggia,
la fitta nube di polvere che copre ogni cosa, tanta gente che stringe tra le
braccia i corpi dei propri cari. Il fatto che quelle braccia e quei volti e quei
"cadaveri" siano pressoché universalmente "neri" rende più angoscioso
l’incubo: nella loro pelle "nera" c’è un precedente
"inferno" nel quale l’uomo "bianco" – dall’età della
"conquista" spagnola e francese e poi della "pirateria"
inglese fino a oggi – ha fatto di quella gente bellissima una popolazione
"disperata", la più povera del mondo "occidentale".
Poi, accanto, anzi attorno alla "tragedia",
un fiume di "notizie" di segno inverso: i "social network"
che vincono il "black-out" telefonico, le voci che subito annunciano,
comunicano, mettono in contatto, una "frenesia" immediata nella
reazione del mondo. I primi gruppi che arrivano nella "capitale" rasa
al suolo, medici, "para-medici", attrezzature per creare
"ospedali da campo", un "tam-tam" incessante in tutto il
"globo", un messaggio ossessionante e "litaniante", una
sommessa e inconscia preghiera "globale". Accadono cose senza tregua,
il mondo pare muoversi all’unisono, un unisono "paradossale",
disordinato, "squassato" dal "terremoto".
Accade qualcosa, nella "tragedia", qualcosa di antico e qualcosa di
nuovo e strano. Accade l’angoscioso e spontaneo "dilemma" espresso e
risolto ieri in un "abbraccio" dolente e vitale da Davide
Rondoni: o "maledire" Dio o "pregarlo" (ed è
naturale per ogni "credente" conoscere anche una parte dell’uomo che
si "ribella" a Dio, senza la quale molto spesso avrebbe avuto poco
senso accettarlo, e a volte desiderarlo). Ma il "dilemma", che ci
assedia, non è tutto. Accade, dolorosa, umile e potente, la preghiera
"consapevole" e tutta offerta. E accade l’azione di chi magari non
si sofferma sul senso che può avere una simile "sventura", sul suo
significato profondo («O Dio o il "nulla" governano il mondo»), ma
si mette immediatamente in comunicazione con l’"inferno" per
spegnerlo, non annullarlo ma attenuarne le "devastazioni". Migliaia di
uomini "pratici" e forse poco propensi al "pensiero", che,
per natura "altruistica" (esistono tali nature), per elementare
istinto di "solidarietà" si mettono in moto. Così il dilemma s’inscrive
in un contesto più vasto, imprevedibile, ricco e sorprendente: tanti uomini, di
importanza "mondiale", come "Capi di Stato" o delle "Nazioni
Unite", o del tutto sconosciuti, militari, tecnici,
"volontari", che senza porsi alcuna domanda si buttano al lavoro, al
"computer", al telefono, a raccogliere "fondi", voci,
"appelli", o sbarcando con attrezzature "sofisticate" come
siamo abituati a vedere in "guerra"… Accadono uomini che si lanciano
verso l’eroica resistenza all’"inferno", nel sogno di una
"ricostruzione" impossibile (la vita umana non si restituisce in
terra), ma che adombra la "fede" in qualcosa che superi la
"tragedia" stessa, obbedendo, senza saperlo, al "sogno" che
espresse in pieno "Novecento" il "poeta" Dylan Thomas:
«E la morte non avrà dominio».