Le "tragedie" della montagna

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La natura ed il silenzio dei monti ci chiedono ascolto ed attenzione...

Roberto Mussapi
("Avvenire", 5/1/’10)

La "protesta" di Bertolaso è significativa e "lapidaria": basta "volontari" morti per salvare "incoscienti" insalvabili. Aumentano gli sciatori che si baciano su piste a loro "proibite", escursionisti "fuori pista" (che non sanno che cosa sia una pista, più o meno improvvisati "avventurieri" della neve che si inoltrano su alture in condizioni dichiarate "proibitive" anche per grandi esperti). Se fosse un problema del "turismo invernale" non ce ne occuperemmo, noi, e qui. È un problema di "orientamento", un problema "etico" e "sociale". La "cronaca" registra in modo crescente "colpi di testa" di sciatori e arrampicatori che si lanciano verso imprese non "metafisicamente" aspre o addirittura impossibili, ma semplicemente considerate "proibitive" dalle "condizioni meteorologiche", in assoluto, e a loro precluse per puro buon senso. Si tratta di persone che quindi non pensano a chi rischierà la vita per salvarle (è tipico dell'"egocentrico" non avere di tali pensieri), ma neanche alla loro vita stessa. Una forma di "dilapidazione" della propria esistenza, priva della dimensione tragica di chi si danneggia torturandosi quotidianamente in altri modi; perché ferito da "solitudine", dolore angoscioso, che spesso la vita causa. Più di dieci anni fa criticavo le esperienze degli "skipper" solitari, che si mettono nei guai, ma anche molto in vista, mobilitando flotte di "soccorritori" innocenti e non "strapagati", per salvarli dalle loro "sponsorizzatissime" imprese: non traversavano l'"Atlantico" da soli per necessità, "naufragio" o fuga dal "patibolo", ma per "pubblicità". Lo spirito dell'"avventura di mare" era non solo estinto ma alterato: si salpa per "conoscenza", come dice Dante, o per ricerca dell'"assoluto", secondo Melville o Stevenson, o per disperazione, come insegnano i "profughi" che muoiono sugli "scafi" puntando ai nostri "lidi". Comunque per necessità. Così la montagna: alcuni dei grandi scalatori o sportivi dell'"estremo" sono morti, nel "Novecento", spinti da qualcosa di oscuro ma evidentissimo: una ricerca assoluta dell'"assoluto", una chiamata "metafisica" che non sapevano tradurre alla "comunità", che sentivano solitaria e tragica. Non per "sponsor" e spirito d'avventura "televisivo".
Temo che gli sciatori "incauti" che muoiono senza senso in questi giorni, a parte gli sfortunati che sempre esistono, rappresentino "metaforicamente" la condizione dell'uomo qui, in questo luogo e in questo tempo: affrontano un'uscita con e nella
"natura" senza considerare la "natura", si inoltrano in un mondo di armonia e "silenzio" senza poter comprendere inviti al "silenzio". Sono vittime di una "mitologia auto-affermativa" assoluta, che è la "cultura dominante". Simili a quanti di notte si lanciano in inseguimenti "automobilistici" all'uscita dalle discoteche, complici "sostanze" indotte. Vittime, ripeto, di una "cultura" che proclama il trionfo dell'"individuo", solo, assoluto, vincente, superiore anche alla necessità di essere istruito e guidato. Simbolo tragico di questa situazione di "crisi", da cui si deve uscire, l'uomo "disperso" l'altro ieri in un'escursione notturna, che evidentemente non era in grado di compiere: chiama al "cellulare", chiede soccorso, gli dicono una cosa sola, restare dove è, non muoversi, lo troveranno. Non lo trovano, si è mosso, non ha avuto fiducia della "voce" che lo voleva salvare dal buio della "selva oscura" in cui si era cacciato. Non c'era. Non ho voluto sapere come è finita. Perché spero che abbia sentito una "voce", si sia fermato, che si sia fatto salvare. È tempo di fermarci, prima di partire. Non per rinunciare, ma per "reimparare" ad "ascoltare".