LA "CRISI DEL CREDITO"

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«La "depressione" degli "Anni Trenta" è diventata "grande",
quando le nazioni si sono "chiuse" su di sé».

Loretta Napoleoni*
("Mondo e Missione", Ottobre 2009)

La "finanza globalizzata" ha trasformato la "mano magica" di Adam Smith nei trucchi del "prestigiatore". Ce ne siamo accorti negli ultimi mesi: la ricchezza accumulata era tutta illusoria. Adesso che la "crisi del credito" si ripercuote duramente sull'"economia reale", un altro principio dell'"economista" britannico è sott'accusa: il "libero commercio". Specializzandosi nella produzione di alcuni prodotti invece di perseguire l'"autosufficienza", scrive Smith, ogni nazione trae vantaggio dallo scambio "internazionale". Gli fa eco David Ricardo, che individua nel vantaggio comparato di ogni nazione i beni da produrre e quelli da scambiare. Per secoli questi sono stati i pilastri dell'"economia mondiale", colonne che hanno vacillato ogni qual volta la "crisi economica" imperversava.
Il problema è che i politici non sanno gestire i periodi di contrazione e "crisi economica". Eppure la storia e la "dottrina" economica ci insegnano che fanno parte del ciclo economico tanto quanto i periodi di crescita e "prosperità". Così ogni volta che le cose non vanno come dovrebbero andare, la politica cerca di riscrivere la "teoria economica" peggiorando la situazione, e la reazione classica alla "recessione" è il "protezionismo". Anche oggi ci viene proposta questa alternativa per uscire dalla morsa che ci attanaglia: da una parte la paura di "Al Qaeda" che ci ha distratto dai pericoli veri, quelli dell'"economia canaglia", e dall'altra l'avidità dell'alta finanza che ha dilapidato i nostri risparmi creando la "crisi del credito".
"Protezionismo" è anche sinonimo di "nazionalismo" e questo è un "jolly" che funziona sempre. Chi perde la casa e il lavoro vuole essere rassicurato, e se il "Governo" non può promettergli un impiego almeno s'impegna a non darlo a qualcun altro, a uno "straniero". Gli "emigrati", specialmente quelli provenienti dal "Sud del Mondo", sono quindi presi di mira.
I pericoli di queste politiche li conosciamo tutti. La "depressione" degli "Anni '30" è diventata «grande» quando le nazioni si sono trincerate dietro politiche "protezioniste". Negli
"Stati Uniti" questo vento soffiava già da diversi anni, era infatti dall'inizio degli "Anni '20" che Washington alzava le "tariffe doganali" per salvaguardare i propri lavoratori. Ma il colpo di grazia al "libero commercio" arrivò nel 1930 con la "Legge Smoot-Hawley", patrocinata dall'impopolare Presidente Hoover, che diventò il manifesto "protezionista" del mondo. Invece di migliorare la situazione, "tariffe" e "barriere doganali" la peggiorarono: il "commercio internazionale" crollò e nel 1934 si ridusse al 40% di quello che era nel 1929. Le "esportazioni" americane passarono da 2,3 milioni di dollari nel 1929 ad appena 784 dollari nel 1933. Lungi dal risolvere il problema della "disoccupazione", la "legge" la fece gravitare dal 7,8% nel 1930 al 25% nel 1933.
I Paesi più duramente colpiti furono quelli in "via di sviluppo". Gli stessi che oggi rischiano grosso dalla politica americana del "Buy American", l'esortazione ad acquistare prodotti americani, lanciata da
Barack Obama. Uno studio recente dimostra che per ogni 1.200 nuovi posti di lavoro creati dalla nuova politica, 6.500 se ne perdono nei Paesi "esportatori". Rischiamo quindi di commettere gli stessi errori del passato. Il "protezionismo" come l'ostilità verso gli "emigrati" danneggiano sempre la "società civile".

* Economista, da Londra