Un'"economista" «laica» legge l'"Enciclica"

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La "Caritas in veritate" sembra estranea a "Piazza Affari".
In realtà, il Papa ricorda a tutti gli "attori economici" che la "ricchezza" va distribuita.
«Ma i "Grandi" non hanno fatto nulla per cambiare il "sistema"...».

Loretta Napoleoni*
("Mondo e Missione", Novembre 2009)

Al "G20" tutti avrebbero dovuto leggere l'"Enciclica" del Papa "Caritas in veritate" per capire il ruolo dell'"economia" nella "società civile". Lo stesso che aveva prima della "globalizzazione", lo stesso che ha sempre avuto e cioè di essere al servizio della "comunità" e non del singolo individuo.
Il Papa ci ricorda la bellezza e l'importanza del "dono", è questo un linguaggio "religioso" che potrebbe suonare stonato a "Piazza Affari", ma dietro i principi "etici" del "cattolicesimo" e di tutte le "religioni" ritroviamo i cardini della vita in società. Il "dono" si riferisce alla redistribuzione del "reddito", un valore che in finanza è scomparso con l'avvento delle politiche fiscali "neo-liberiste", politiche che hanno ridotto l'imposizione fiscale alle fasce più ricche della popolazione. Lo scopo era naturalmente quello di incoraggiarle a spendere e così facendo di sostenere la crescita economica. Ma la "crisi" del "credito" e la "recessione" hanno dimostrato che nessuno, neppure "la mano magica del mercato", descritta da
Adam Smith, si può sostituire allo "Stato": solo lo "Stato", quale espressione della "comunità", può vigilare che la filosofia del "dono" guidi l'attività economica.
Il Papa ci ricorda che aiutarci a vicenda è benefico per tutti, per la società, per i poveri ed anche per i ricchi. Un mondo dove non ci sono povertà, ingiustizia e "discriminazione economica" è un mondo felice. Ce lo siamo dimenticato negli ultimi anni perché, in preda alla "deregulation" finanziaria, abbiamo perseguito soltanto i nostri interessi personali. Non è vero che l'"egoismo" è la molla che fa crescere il mercato. Non era vero neppure ai tempi di Adam Smith. Se osserviamo la società che il padre dell'"economia moderna" studiava, ci rendiamo conto che non era "equa". La ricchezza delle nazioni non può essere misurata con un "numero", il "Pil", e basta: bisogna anche tener presente come questa ricchezza è distribuita, quali opportunità crea per i meno fortunati.
Se gettiamo uno sguardo oltre i nostri confini, alla periferia del "villaggio globalizzato", ci accorgiamo che i sistemi economici che hanno sofferto meno a causa della "crisi del credito" sono proprio quelli dove il fulcro dell'economia era rappresentato dalla "comunità" e non dall'individuo: la finanza
"islamica" e l'economia "cinese". La prima ha schivato la "crisi" grazie al "codice etico" incorporato nella sua struttura finanziaria, un "codice" che s'ispira alla "legge coranica", alla "sharia"; la seconda ha tenuto a debita distanza l'"alta finanza" grazie ai principi economici del "socialismo".
L'esperienza "islamica" e "cinese" provano che è possibile produrre un modello diverso da quello celebrato a "Wall Street", che il mercato deve essere funzionale alla crescita economica "equa" e non può essere lasciato a se stesso. Lo scopo dell'economia non deve essere il profitto e basta, bensì l'uso della ricchezza per migliorare la società. Eppure queste "verità" sembrano non essere state raccolte dai "potenti" della terra, i quali – dopo essersi congratulati tra di loro per aver evitato una seconda grande "depressione" – non hanno fatto nulla per riformare il sistema economico e finanziario "globale".
Le parole del Papa vanno dritte al nocciolo del problema: il sistema così com'è strutturato ha perso di vista la ragione per la quale esiste, ossia la "comunità". Ecco perché le "crisi economiche" saranno sempre più frequenti e più serie. Quando lo "Stato" non è in grado di reagire, è giusto ascoltare le parole di chi protegge la nostra "spiritualità".
Al prossimo "G20" inviterei il Papa a esporre i problemi dell'"economia mondiale", è l'unico che sembra averli capiti.

* Economista, da Londra