"NOBEL PER L’ECONOMIA"

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«Il "Nobel per l’Economia" ad Elinor Ostrom dice che la "società civile" c’è,
ed è capace di "organizzarsi"».

Loretta Napoleoni*
("Mondo e Missione", Dicembre 2009)

Per la prima volta il "Nobel per l'Economia" va a una donna, Elinor Ostrom, che in realtà non è un'"economista" ma una "scienziata politica". Con questa decisione la commissione del "Nobel" ricorda che l'economia non è una scienza esatta, ma una "disciplina sociale". E infatti la Ostrom ha costruito tutta la sua carriera osservando i comportamenti "economici" della comunità, difendendone la razionalità e l'efficienza rispetto allo "Stato" e al "mercato". Parla infatti di una «razionalità ad alto spessore», "thick rationality", in contrapposizione a quella fragile che spinge sempre qualche individuo a sfruttare gli altri nella comunità, rendendo quindi necessario l'intervento dello "Stato" o delle "leggi di mercato". La razionalità di cui parla la Ostrom nasce dal basso, dalla base della "piramide sociale", e si arricchisce attraverso la tradizione, gli usi e quindi anche gli errori del passato.
La teoria della Ostrom va quindi contro le due scuole di pensiero "economiche" principali: quella "neo-liberista" e quella "statalista". La prima sostiene che solo attraverso le "privatizzazioni" si ottiene la "massimizzazione" dell'uso delle risorse comuni; la seconda invece vede nello "Stato" l'unico fattore in grado di prevenirne "abusi". Si tratta di visioni negative della società, perché presuppongono che sia il "mercato" sia lo "Stato" funzionino meglio della collettività. Ma visto che nessuno dei due ci ha protetto dalla "crisi del credito" e dalla "recessione", viene spontaneo domandarsi quali mali avrebbe prodotto la "società civile" se fosse stata abbandonata a se stessa?
La Ostrom sostiene esattamente il contrario, che ci troveremmo in una situazione migliore se avessimo seguito i nostri "istinti comunitari" invece che sottometterci a quelli "animaleschi" del "mercato finanziario" o alla razionalità "politica" dello "Stato". Con molta probabilità anche il salvataggio in massa delle "banche" da parte di uno "Stato" improvvisamente "onnipresente" nell'economia finirà per danneggiarci, perché ha condonato gli "abusi" commessi senza regolare il "sistema finanziario". E per dimostrare queste verità, Elinor Ostrom distrugge con esempi "empirici" appartenenti al passato e al presente entrambe le teorie. Dai villaggi di pescatori del
Maine, che negli "Anni Venti" si organizzarono per evitare l'estinzione dei crostacei della costa a causa della forte domanda di aragoste, ai sistemi d'"irrigazione" del "Sud" dell'India, che funzionano molto meglio dei sofisticati "schemi idrici" della "Banca Mondiale", fino ai pascoli dei villaggi svizzeri, che limitano il numero delle pecore a quelle che ciascun villaggio può sfamare in un anno, l'ingegnosità delle singole comunità nell'"auto-regolarsi" offre al "mercato finanziario" e ai "politici" una grande lezione di vita. "Wall Street" ha tutto da imparare, insomma, dagli esempi "empirici" di piccole comunità che si "auto-regolano" per il bene reciproco. Ma si sa, a "Wall Street" abitano gli "squali" della "finanza", che vedono la società principalmente come fonte di guadagno.
Tra la logica del "mercato" e quella dello "Stato", la Ostrom ci ricorda che esiste la "società civile", che possiede grandi capacità organizzative. Dove è particolarmente presente è naturalmente nel "Sud del mondo", ma anche in alcuni angoli del "Nord", come appunto nei pascoli della
Svizzera. Questo "Nobel" rivoluzionario sembra incitare "politici" e "banchieri" a guardare oltre la "dicotomia" «Stato e mercato» per trovare quell'equilibrio che abbiamo smarrito.
Soprattutto il "Premio Nobel" a una studiosa come Elinor Ostrom rappresenta un monito a tutti noi, membri della "società civile": il mondo ci appartiene e la "politica" inizia proprio nel nostro piccolo. Negli uffici, nei pascoli, nelle scuole, in casa, dovunque si praticano i primi principi della "vita societaria": il rispetto degli altri e la "vita comunitaria".

* Economista, da Londra