"Fine vita": i "nodi", i "punti fermi", le "citazioni"

RITAGLI    La "ragione" non sbaglia    DOCUMENTI
se non la si inganna

Francesco Ognibene
("Avvenire", 13/9/’09)

Che si debba ricordare come «dall’"embrione umano" nasce un uomo, non un maialino» – l’ha fatto ieri il Presidente dell’"Accademia Pontificia per la Vita", Monsignor Rino Fisichella – è il segno più eloquente del tempo che attraversiamo. Tempo nel quale nulla, purtroppo, va dato per già condiviso, specie quando di mezzo c’è una realtà che invece andrebbe per sua natura sottratta a "soggettivismi" e interpretazioni, ovvero la "vita umana". Non c’è dato più solare della consequenzialità senza cesure tra un "embrione" e l’essere umano frutto del suo sviluppo. Ma contro questa evidenza abbiamo visto schierarsi forze politiche e culturali che intendono trasformare l’"embrione" in un’entità biologica "subalterna", vita umana di seconda scelta, aggregato di "materia" che si può selezionare, congelare, scartare. Un "non uomo", concetto di nuovo conio che fa compagnia a quello di "non vita" grottescamente teorizzato al capezzale di persone prive di piena coscienza, ma non della dignità umana comune a tutti. La riduzione della vita alla sua "fisiologia" è il lasciapassare per rendere presentabili "campagne" congegnate allo scopo di legittimare ciò che la ragione, non ingannata da sofisticate "manomissioni" di ciò che le è sempre risultato innegabile, continuerebbe a riconoscere e chiamare con il suo nome. Se la lasciamo fare, essa ci dice che la vita umana è "vita", da subito e sino all’ultimo. Ma se si autorizza la sola lettura "utilitarista" allora tutto si fa lecito. Il collasso della ragione di fronte a ciò che non ha mai esitato a riconoscere come intangibile è il frutto di un complesso fenomeno culturale che il Cardinale Carlo Caffarra ha ieri definito «sequestro della ragionevolezza "etica" da parte della ragionevolezza "tecnica"»: un tragico abbaglio che porta sempre più fuori strada l’umanità indotta a tanta "mistificazione". Non è in gioco il rapporto tra "laici" e "cattolici", ma molto di più: a una ragione umiliata dall’individualismo e costretta a esplorare solo ciò che è utile rinunciando a ogni pretesa "etica" – è sempre l’analisi dell’Arcivescovo di Bologna – «non resta che studiare il modo con cui realizzare i desideri, e rispondere ai bisogni». È il «paradigma "utilitarista" come interpretazione esclusiva dell’agire umano», che impone una raggelante neutralità "etica": tutto è uguale e indifferente, non esiste alcun bene umano meritevole di scelta salvo la volontà di ciascuno, e la ragione non s’azzardi a fare luce su altro al di fuori delle vie più spicce per assecondarla. Anche se in gioco c’è la vita stessa. Al cospetto di questo decisivo valico culturale che stiamo attraversando, richiamare sul "fine vita" le parole del "Catechismo", come ha fatto sempre ieri il "Presidente della Camera" Gianfranco Fini, è una buona idea. Purché la "citazione" sia presa nel suo senso "letterale" e non venga isolata dai "paragrafi" precedenti e successivi, così come dalle spiegazioni che ne danno il costante "magistero" di Benedetto XVI e la "Congregazione per la Dottrina della Fede".
Insomma, il "Catechismo" non è un "prontuario" di "massime" citabili fuori contesto: e quando parla di «interruzione di procedure mediche onerose» che «può essere legittima» intende «la rinuncia all’"accanimento terapeutico"», punto sul quale – per stare alle cose "italiane" – il "disegno di legge" uscito dal "Senato" detta già regole nitide. È quando ("Articolo 1", "Sesto Comma") «garantisce che in casi di pazienti in stato di "fine vita" o in condizioni di morte prevista come imminente il medico debba astenersi da trattamenti "straordinari" non proporzionati, non efficaci o non tecnicamente adeguati rispetto alle condizioni "cliniche" del paziente». Se «si accetta» – come scrive il "Catechismo" – di non poter impedire la morte è perché essa è a un passo, ma non va causata tagliando il "nutrimento". La morte, dice la "Chiesa", mai si deve «procurare». Su questo la "ragione" non si sbaglia, se non la si vuole ingannare.