Gli "italiani" e il "servizio" al mondo

RITAGLI     In quelle "vite date" si specchia il meglio di noi     MISSIONE AMICIZIA

Francesco Ognibene
("Avvenire", 13/11/’09)

Dai "frutti" si risale alla bontà della "semente", alla mano di chi l’ha sparsa nel tempo e nel luogo opportuni. I "frutti" di "sviluppo" e di "pace" nelle zone del mondo abbandonate senza scampo alla "miseria" e alla "guerra" rimandano agli uomini che hanno lasciato il proprio Paese per "bonificare", "dissodare", "seminare". L’hanno fatto sapendo che esponevano a un rischio la propria stessa vita, e non pochi di loro l’hanno persa per quell’andare senza calcolo là dove l’uomo disperato invoca un aiuto efficace, subito. Hanno visto spuntare fiori nel "deserto". E in giro per il mondo, così facendo, hanno parlato anche di noi che li abbiamo per "connazionali", e che quando sappiamo andare oltre talune "semplificazioni" sbrigative spesso riconosciamo nelle loro opere qualcosa di nostro, di "famigliare".
Che il "Senato" ieri – con uno dei rari "gesti" unanimi che riscattano la "politica", persino in giorni, come questi, di "polemiche" vorticose e dure – abbia varato la
«Giornata del ricordo dei caduti militari e civili» disponendone la "Celebrazione" a ogni "Anniversario" della "strage" di Nasiriyah (dunque il 12 Novembre) è il segno di una memoria che non si vuole perdere, dell’omaggio di un Paese ai propri inviati nelle zone di guerra, "armati" o "inermi". Ma è anche qualcosa di più. Le aree più disperate del pianeta hanno imparato a riconoscere negli italiani andati per pacificare e affrancare dal "sotto-sviluppo" lo stile di una presenza che sa guardare l’uomo prima della "mappa" dov’è tracciata la geografia che egli abita, spesso lacerata da "conflitti" senza requie, lordata da un "odio" indicibile. E non parliamo solo dei "battaglioni grigio-verdi", che hanno lasciato dietro di sé anche nelle situazioni più controverse non il malcelato disprezzo riservato alla "milizia straniera occupante" ma la gratitudine per uno stile di rispetto e di comprensione per l’umano condiviso, che dietro la protezione delle "armi" – necessaria per "transennare" quel poco che si è "bonificato" – sa far spuntare scuole, "ambulatori", pozzi, lavoro. Opere che restano. "Frutti".
Il «ricordo» per il quale – doverosamente – da oggi c’è anche il punto fermo di una "Giornata Nazionale" deve però saper abbracciare tutti i "testimoni" capaci di generare quella prima, tenace fioritura di sviluppo, e non limitarsi alla "pacificazione in armi". Il mondo ci conosce anche per altro, e da molto più tempo dei "presìdi militari di pace". Abbiamo infatti rianimato i "bassifondi" della terra con una schiera di
"Missionari", chiamati dallo stesso grido del "povero" senza domani, spinti dal "Vangelo" a non avere paura se non della propria paura di lasciare e di donare tutto. Che il Paese li sappia ricordare è un bisogno che nasce dal riconoscere "laicamente" anche loro – e per un titolo tutto "speciale" – "seminatori di pace" in nome e per conto di noi tutti. È indubbio: molto li distingue dai "soldati", all’anagrafe della storia. Eppure c’è qualcosa di profondo che accomuna gli uni e gli altri nel saper essere "italiani" nel senso più intimamente "cristiano". C’è una dedizione spontanea alla persona, un cuore allenato a riconoscere al volo la causa dei popoli "martoriati", un codice di condotta al quale ripugna ogni alterigia "sprezzante" e che induce a scegliere senza esitare – tra lo "spettatore" e il "samaritano" – la parte di chi soccorre, costasse pure la vita.
La contabilità di chi non è più tornato in Italia dice che le "spedizioni militari" sono costate 138 "vittime", mentre ai "Missionari" è stata chiesta la "testimonianza del sangue" in 107 casi riconosciuti (è il "martirio" subìto «in odio alla fede») e in centinaia di altri "incidenti" sulle aspre vie degli "ultimi". C’è il comune "codice" di una generosità senza sconti dentro queste storie tanto diverse ma così "italiane". Nei loro "frutti" vediamo specchiato il meglio di noi.