Le "attese" delle nuove "generazioni"

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Papa Benedetto XVI, sempre pronto a donare luce e saggezza ai giovani di tutto il mondo...

Francesco Ognibene
("Avvenire", 16/3/’10)

A cosa aspira una persona "giovane" se non a una vita «non mediocre», «riuscita», cui saper dare «un senso pieno»? Benedetto XVI lo sa per esperienza e sa leggere quel che realmente i giovani dicono, magari mentre sembrano affermare tutt’altro. Sa che al dunque non chiedono se non di essere «pienamente felici» e di niente di meno possono "accontentarsi", tanto da far proprio lo stesso "grido" di Pier Giorgio Frassati: «Voglio vivere e non "vivacchiare"!». Nel suo "Messaggio" per la "Giornata Mondiale della Gioventù" ormai alle porte – la prossima "Domenica delle Palme" – , diffuso ieri, li prende così sul serio da proporre la "storia" di uno di loro: quel «giovane ricco» del quale parla il "Vangelo di Marco" e che al Signore chiedeva la "formuletta" per guadagnarsi «la vita eterna», nientemeno. Si aspettava forse la conferma che l’osservanza delle "regole" codificate gli sarebbe bastata per cavarsela, ma si sentì dire che per avere tutto quanto il suo cuore desiderava era proprio «tutto» che doveva lasciare – «possedeva infatti molti beni» – , e «se ne andò rattristato». "Tristezza"? È ciò che più fa "orrore" ai giovani, tanto che per evitarla sono disposti a qualsiasi "acrobazia". E allora come si fa a non far la fine del "giovane ricco"? Il Papa lo dice ai ragazzi del mondo col suo tono "diretto" e "paterno", e lo si ricorda in quella "dolce" sera del Settembre 2007 a Loreto con 400mila giovani "italiani", intento a spiegare il "Vangelo" come duemila anni fa il "Maestro" sulle colline di Galilea. «Per scoprire il "progetto di vita" che può rendervi pienamente felici – scrive loro – mettetevi in ascolto di Dio, che ha un suo "disegno" di amore su ciascuno di voi», e che dunque non va temuto come un "tiranno" esigente.
Il Papa garantisce: «Il "cristianesimo" non è primariamente una "morale", ma "esperienza" di Gesù Cristo, che ci ama "personalmente"», anche «quando gli voltiamo le spalle». Non deve succedere allora di sentirsi "tagliati fuori", destinati a un "auto-esilio", lontani da una "Chiesa" immaginata "estranea" a quel che si agita nel cuore degli anni più "inquieti". È vero l’esatto contrario: la "Chiesa" sa che i giovani sono «ricchi», "ricchissimi" – «di qualità, di energie, di sogni, di speranze», "snocciola" il Papa – e che quei "beni" li posseggono «in abbondanza », ma come quel loro "coetaneo" che incrociò lo "sguardo" del "Nazareno" si chiedono: «Cosa devo fare?». A cosa mi serve tutto questo se non per qualcosa di grande, senza fine, "eterno" addirittura? Chiedono, reclamano di «vivere intensamente e con "frutto" in questo mondo». E Benedetto dà voce alla loro attesa di una "proposta" che li metta sulle tracce di una felicità "illimitata", proponendo loro la scelta "liberante" di un’esistenza costruita sull’asse dei "Comandamenti", «domande "contro-corrente" rispetto alla mentalità dominante». Alla richiesta "giovanile" di un «progetto di vita» all’altezza delle attese più "profonde", il mondo replica proponendo "allegria" e "benessere" a prezzi di "saldo": e sugli "scaffali" sistema «una "libertà" svincolata da "valori", da "regole", da "norme oggettive"», che spinge a «rifiutare ogni limite ai "desideri" del momento». La "libertà" tanto ambìta è "deformata" nella sua "caricatura", perché il giovane, senza sapere come, si ritrova «"schiavo" di se stesso, dei suoi desideri "immediati", degli "idoli" come il "potere", il "denaro", il "piacere sfrenato"». E una volta ancora è destinato ad andarsene via, mortalmente "triste". Ma c’è chi non si stanca di "cercarlo", per posare una volta ancora su di lui uno "sguardo" di "sbalorditivo" amore.