La "parola" di Pietro

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Papa Benedetto XVI incoraggia la nuova missione della Chiesa, tra le vie di Internet...

Francesco Ognibene
("Avvenire", 25/4/’10)

Saranno pure "digitali", ma i "testimoni" che a migliaia ieri mattina hanno colmato l’"Aula Paolo VI" fino all’ultimo posto in piedi sono sembrati anzitutto "cristianissimi" "testimoni" di "gioia". Un colpo d’occhio, qualche parola scambiata tra la gente: e tra lombardi e siciliani, calabresi e veneti, gente che ha attraversato l’Italia dalla notte precedente per esserci, è parso subito evidente che hanno tutti fortemente voluto dire al Papa che gli vogliono un "bene" dell’anima.
Quella che ha accolto
Benedetto XVI al suo apparire nella grande "Sala" delle "Udienze" è stata una "carezza" a lungo preparata, un’indiscutibile ondata di "affetto". Il Papa ne è stato come avvolto: la "Chiesa Italiana" – e la sua "rappresentanza" concentrata ieri in "Vaticano" la esprimeva in modo efficace – ha saputo dire la "parola" che portiamo tutti nel cuore accompagnando Benedetto nel suo sofferto "cammino" di queste settimane, un "cammino" faticoso che ad alcuni è parso vedergli trasparire sul viso. E il Papa ha colto questo flusso di "sentimenti" profondi, parlando subito della «fedele adesione a Pietro di tutti i "cattolici" di questa amata "nazione"». Di "comunicazione" si è riflettuto in questi giorni di "Convegno Ecclesiale" sui «Testimoni digitali»: e la "comunicazione" tra il "Pastore" e il suo "popolo" raramente è parsa più intensa di ieri.
Anche per questo è suonato famigliare, possibile, "entusiasmante" il "compito" assegnato dal Papa a quanti tra gli ottomila accorsi ieri si adoperano per dar "voce" al
"Vangelo" dentro tutti i "media" in funzione. La "missione", ancor più di ieri, è di saper «riconoscere i "volti"» di donne e uomini resi senza nome dal "flusso" immenso della "comunicazione digitalizzata", e quindi «superare quelle dinamiche "collettive" che possono farci smarrire la percezione della "profondità" delle persone e appiattirci sulla loro "superficie"». Ecco il "punto": «Tornare ai "volti"», proprio mentre le "relazioni" si moltiplicano facendosi "impalpabili" e illudendo che la "connessione permanente" sia garanzia di non essere mai "soli".
Ma quanto può essere davvero «uomo» – riconosciuto e rispettato come tale – chi galleggia su una nuvola di "parole leggere", di "informazioni" senza "mèta", di "messaggi" lanciati nel "vuoto"? Se è questo il modo in cui si estenua la "comunicazione" nell’era della
"tecnologia digitale", che la fa esplodere in un’infinità di "coriandoli", le persone – avverte Benedetto – sono destinate a restare "fantocci" inerti, «corpi senz’anima, oggetti di "scambio" e di "consumo"». "Cose", non persone. E ci stupisce ancora che, quando davvero conta la "visione" dell’uomo che uno si è lasciato costruire dentro, non si trovino le "categorie" per difendere la vita, la famiglia, la donna, i più "piccoli"? Per questo oggi non servono «tecnocrati» del "comunicare" ma «testimoni» "credibili", convinti che questo «inquinamento dello spirito» vada "bonificato" a partire da un’idea chiara del mondo, un’"antropologia" coltivata, "argomentata", convinta.
Come si fa? Basta guardare chi tiene saldamente il "timone": è il Papa, che una volta ancora ci ha invitati a impegnarci «senza timori» a «prendere il largo nel "mare digitale", affrontando la "navigazione aperta" con la stessa passione che da duemila anni governa la "barca" della "Chiesa"». Basta seguirlo, imitarne il "coraggio" e la "limpidezza", e il più è fatto. È lui che mostra quale stile serva ad abitare «questo "universo" con un cuore "credente"». È lui che spiega come «non stancarsi di nutrire nel proprio cuore quella sana "passione" per l’uomo che diventa "tensione" ad avvicinarsi sempre di più ai suoi "linguaggi"». È lui, ancora, che chiede di saper vibrare di «profonda e gioiosa "passione" per Dio, alimentata nel continuo "dialogo" col Signore». Un "testimone" massimamente "credibile". Ovvio che i «testimoni digitali» ne vogliano sostenere, oggi ancor più di prima, ogni risoluto "passo".