MISSIONE SPERANZA

Le "esequie" di Mons. Padovese

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Mons. Padovese, durante un incontro di preghiera in Turchia! MONS. LUIGI PADOVESE (1947-2010), Vicario Apostolico dell'Anatolia, ucciso ad Iskenderun (Turchia)... Il Vicario Apostolico in dialogo con il Card. Tettamanzi, Arcivescovo di Milano!

Francesco Ognibene
("Avvenire", 15/6/’10)

Nella "nitidezza" tagliente del "Vangelo", è una condizione assoluta di efficacia: «se il "chicco di grano" non muore», «rimane solo»; il "frutto" lo dà, «se invece muore». È così in "natura", l’evidenza nota a tutti che occorre un "sacrificio" perché ci sia "pane".
Un linguaggio "aspro", a sentirlo echeggiare com’è accaduto ieri sotto le "volte" del "Duomo" di
Milano davanti al "feretro" di Monsignor Luigi Padovese, il "Vescovo" dell’Anatolia "brutalmente" ucciso in circostanze non ancora chiarite. Al "Cardinale" Tettamanzi, "amico" di Padovese e "Pastore" della "Chiesa Ambrosiana" di cui il "Vescovo Cappuccino" era "figlio", l’immagine "evangelica" è sembrata la misura esatta di una "morte" tragica e impensabile, destinata – nelle "parole" della sua bella "Omelia" – a dare "speranza" e non a negarla. È la logica del "chicco di grano", paradossale ma necessaria, a documentare che occorre spingere lo sguardo oltre il "dolore" per un "sacrificio" che appare insensato, fine a se stesso. Come si possa entrare in questo orizzonte interamente "cristiano" l’hanno afferrato le migliaia di "Milanesi" che ieri hanno stipato la "Cattedrale" – un Lunedì mattina, nella "metropoli" febbrile – , insieme a decine di loro "Parroci", come spinti dall’"intuizione" che in quel "Rito" non solo avrebbero reso omaggio a un "Pastore" pronto a dare la vita per il suo "popolo" ma sarebbe divenuto evidente un "segreto" della loro stessa "fede". Una "meditazione" sulla "chiamata cristiana" e le sue esigenze, racchiusa nel "seme" che dà vita ad altri semplicemente perché è pronto a lasciare sé stesso nella terra e generare così una realtà tutta "nuova". La dedizione al "Vangelo" – quella del "Missionario" come del "cristiano" qualsiasi – è tutta segnata dalla prontezza a farsi "chicco" pieno di vita, minuscolo ma decisivo: nessun’ansia di "Crociata" (com’è pure capitato di leggere nei giorni scorsi), niente "caricature remissive" di una "fede" invece sempre e ovunque esigente, a Milano e in Turchia. La serietà della "vocazione cristiana" sta tutta nelle "parole" che Tettamanzi a un certo punto ha scandito, a pochi metri dalle "spoglie" di un "Vescovo" ucciso per motivi oscuri: «Vogliamo accogliere e affrontare – ha detto, facendosi carico delle "lacrime" e degli "impegni" di tutti – la sfida di essere sempre più coscienti della nostra "identità cristiana" e di saper offrire, senza alcuna "paura", sempre e dappertutto, la "testimonianza" di una vita autenticamente "evangelica": amando Cristo e ogni uomo "sino alla fine"». Finché ci saranno in giro per le nostre città e per il mondo "cristiani" capaci di questa "mite fermezza", di questa fibra "umile" e "tenace", la "speranza" può ancora essere l’esito inaudito persino di un "sacrificio efferato", che non domanda "vendetta", o "rivincita", ma "verità" e "coerenza". Da Iskenderun – a due passi da Tarso – è risuonata sotto le "volte" del "Duomo Milanese" la voce di una "chiamata" che riguarda tutti, resa una volta ancora credibile e vera dal "sangue", com’è sempre stato nel "diario di famiglia" della "Chiesa".
Ecco perché – sono ancora "parole" del "Cardinale" Tettamanzi – occorre sentirsi legati alla
"Chiesa" di Turchia e di tutto il "Medio Oriente", la "Chiesa" delle "origini" e delle "radici", oggi «in modo ancora più profondo e particolare». La "testimonianza" coraggiosa e lieta di un drappello di "cristiani" che dall’Anatolia a Gerusalemme presidia le "pietre" della "memoria cristiana", e che sembra doverci ricordare quei "Dodici" della "prima ora", parla in realtà a ciascuno di noi, "cristiani" cresciuti sulle loro spalle, pronti a lesinare su quasi ogni "capitolo" della "fede" sino a inciampare su un "chicco di grano" che, morendo, proprio non ci dà tregua.
Monsignor Padovese aveva messo in conto di poter essere "chiamato" a dare la vita: ma non è forse vero che questo vale per ogni "battezzato", nei modi in cui oggi il "relativismo" ci tende i suoi suadenti "tranelli"? Il "frutto" verrà, questo è certo: ma solo se quel "seme", preparato per schiudersi, troverà "terreno fertile" nel nostro vivere.