Francesco Ognibene
("Avvenire", 15/10’10)
Bisogna scegliere: stiamo qui, oggi, a contemplare il tesoro che ci è stato
affidato girandocelo orgogliosamente tra le mani, oppure mettiamo in gioco
energie e idee, facciamo circolare con saggezza e coraggio la formidabile
eredità di bene ricevuta dalle generazioni di Cattolici che si sono già spesi
nella società e nella politica al servizio del Paese? Sapere di essere
destinati da un disegno generoso, di essere impegnati a proporre nella storia
della nostra Comunità Nazionale – in questo tratto di strada che ci pare
così tortuoso e incerto – quei princìpi fondativi che, seppure insidiati,
sono stati a lungo condivisi e che ora sono invece radicalmente attaccati in
nome di nuovi "diritti" e "libertà" e "desideri",
mette sulle nostre spalle di Cattolici del Terzo Millennio una responsabilità
che può sembrare persino sproporzionata alle forze e alle certezze di cui ci
sentiamo capaci. Può sgomentarci questo impegno in un’Italia dove ogni
apertura dei cantieri del futuro corre il rischio di diventare pretesto per
abbandonarsi a tentazioni di divisione.
Sarebbe sterile crogiolarsi nell’idea che solo le convinzioni dei
"padri" fossero proporzionate ai tempi, e non le nostre, quelle di una
generazione chiamata (vogliamo tornare a parlare di "vocazione"?) a
fare con decisione e lucidità la propria parte in un Paese impantanato nell’insicurezza
e in bilico sulle sabbie mobili degli egoismi individuali e di gruppo. Questi
Cattolici siamo noi, chiamati in causa proprio da ciò che diciamo di essere. E
ci siamo ritrovati a Reggio
Calabria non per realizzare un inventario delle belle cose in cui
crediamo, quasi che ci bastasse dar loro una periodica "lucidatina"
per sentirle vivere. L’invito che, dopo il debutto di ieri sera, già esce
dalla "Settimana
Sociale", soprattutto grazie al
"Messaggio"
di Benedetto XVI e alla
"Prolusione"
del Cardinale Bagnasco, è di
tornare a «sentirsi all’altezza della sfida», per citare l’incoraggiante "Lettera"
del Papa, già una
pagina di compiti affidati al Cattolicesimo Italiano di oggi. C’è una
«vocazione alta» che ci attende, quella di spenderci «con umiltà e
determinazione» nella società e nella politica, «senza complessi di
inferiorità», contando sulla forza sprigionata dalla famigliarità autentica e
quotidianamente coltivata con le «grandi verità intorno a Dio»: è questa la
vera garanzia per poter contare su coscienze (poche storie: a cominciare dalla
mia e dalla tua) «aliene dall’egoismo, dalla cupidigia dei beni e dalla
bramosia della carriera», e invece «coerenti con la fede professata,
conoscitrici delle dinamiche culturali e sociali di questo tempo e capaci di
assumere responsabilità pubbliche con competenza professionale e spirito di
servizio». Umanistici e "digitali",
consapevoli e accoglienti, solidali e Missionari. Dentro questa buona terra
potranno affondare radici sane quei "princìpi non negoziabili" –
famiglia, vita, libertà "educativa"
e Religiosa – che sono la base essenziale di un progetto "politico",
ovvero calamitato dal "bene comune" come vantaggio di tutti, credibile
e persuasivo perché ritagliato sulla persona umana.
Basterebbe questo – ma è già tantissimo, il "programma" di una
vita – per sapersi ogni giorno mandati ciascuno dentro il proprio spicchio di
società e nell’agone dell’agire politico per ripulire il volto del Paese e
garantirgli quel domani a misura d’uomo che le grettezze corporative e i
ritardi riformatori, le tecnologie e la "bio-medicina", la
globalizzazione ed una cultura insidiata dal nichilismo cinico e vanesio fanno
di tutto per allontanare. «Il punto – ha ricordato il Cardinale Bagnasco –
non è la voglia di rilevanza ma il desiderio di servire», muovendosi nel nome
di una Laicità che non volta le spalle alla Religione, ma ne sa riconoscere lo
smisurato valore sociale. I mattoni che escono da questa fornace, dalla fornace
dei valori su cui non si fa mercato né mediazione, «non sono divisivi ma
unitivi, ed è precisamente questo il terreno dell’unità politica dei
Cattolici». Parole che bisognava sentirsi dire, in questo lembo d’Italia
del Sud dove tutto sembra invocare una «nuova cultura della
solidarietà tra società civile e Stato». Questa è la prova, questo è il
cammino: serve affrontarli. E nella "bisaccia", se guardiamo bene, c’è
già tutto ciò che vale e che occorre!