Il
"senso religioso" non basta per dirsi cristiani
Spesso si confonde la fede con la "devozione", rivestendola di parole "cristiane".
P. Marco Pagani*
("Mondo e Missione",
Agosto-Settembre 2009)
In Africa
l'"ateismo" praticamente non esiste. Così si è espresso il Papa
nel suo recente viaggio nel Continente. Ed anche l'"Instrumentum
Laboris" del prossimo
"Sinodo"
afferma che «nel Continente si è manifestata in diverse forme una grande sete
di Dio e, paradossalmente, il proliferare delle "sètte" ne è un
ulteriore segno». Si potrebbe restare ammirati e magari contenti di questa
situazione. Ma la cosa non mi convince del tutto.
La sete di dio, di un dio qualunque, è certamente innata nel cuore dell'uomo.
Davanti alla natura, a certe sue manifestazioni, oppure ad avvenimenti della
vita di tutti i giorni, l'uomo «sente» l'esistenza di qualcosa che è altro da
sé. E a lui si rivolge. Ma perché? Che cosa inquieta il cuore umano?
L'incertezza del futuro, il non poter dirigere il proprio destino fino in
fondo... E allora si chiede a dio, o a un suo «vice». Magari a un dio che non
sia troppo lontano o inaccessibile. In fondo l'"idolatria", che non è
roba evidentemente da "statuette", nasce da qui.
Allora si capisce come sia facile, direi anzi necessario, avere credenze in
qualcosa là dove niente è certo, non si sa mai cosa possa accadere l'indomani,
se si mangerà o se si sarà in salute e se si avranno o no i soldi per curarsi.
Ma basta una credenza così? È vero, le "sètte" cristiane
proliferano perché promettono miracoli a tonnellate, notti di meraviglie e
incanti. E il miraggio di avere benedizioni in soldi...
Anche i "cattolici" possono essere vittime di questo inganno e ridurre
la fede a un senso religioso naturale, rivestendolo di parole
"cristiane". Invece di vivere la fede a partire dalla conoscenza e
dall'amore di una "Presenza", si parte da qualcosa che resta comunque
ignoto, come andando a "tentoni", di cui non si sa mai. Ma questa non
è certezza. È fragilità. Lo si vede nella ricerca affannosa di «protezioni»
e «benedizioni». Ci si ammala? Si chiede una benedizione. C'è un decesso in
famiglia? Tutti a farsi benedire, perché la morte è vissuta come una
maledizione, gettata sui membri della famiglia... Ci sono gli esami di fine anno
o qualche concorso statale? E allora si portano a benedire le penne...
Non si è mai sicuri, nemmeno che Dio ci ami. Perché il suo volto rimane, al
fondo, incerto. Si parte da un'assenza, nell'esperienza che si fa. Non certo nei
discorsi, "ortodossi" e corretti. Ma nel concreto della vita
l'esperienza "cristiana" è altro.
Il "Venerdì Santo" le Chiese sono piene, ed anche durante tutta la
"Quaresima", per la "Via Crucis". Tanta devozione. In alcuni
Paesi, durante la "Quaresima", ci sono "Via Crucis" tutti i
giorni. Ma non c'è esperienza che dalla Croce e dalla Resurrezione viene la
salvezza. Per cui la vita si divide in "fortuna" o
"sfortuna". Questo è il giudizio. Poco o nulla c'entra Dio. Appunto
perché è Dio.
L'"Instrumentum Laboris" ha un bel passaggio a questo proposito. Dice
che la Missione di Gesù è quella di far entrare nel Regno di Dio gli uomini, a
qualunque condizione sociale appartengano, qualunque sia la loro situazione di
vita. E prosegue, dicendo che i discepoli devono collaborare con Lui. Prestando
attenzione a ogni uomo. «Perché questa visione diventi realtà, Gesù
coinvolge anzitutto i suoi discepoli, preparandoli a vivere assieme a lui la
persecuzione, gli insulti e ogni sorta d'infamia "per causa mia". Pertanto
impegnarsi nella sequela di Cristo... Vuol dire accettare di soffrire con lui
per condividerne la gloria...».
Che questa consapevolezza diventi esperienza di vita in alcuni mi sembra
l'urgenza della "Chiesa Africana".
* Missionario del "Pime" in Camerun