La "Giornata" "senza immigrati"

RITAGLI    "Etnicizzare" la "protesta" danneggia la causa    DOCUMENTI

"Stranieri" necessari, ma la "convivenza" non si costruisce con le "contrapposizioni".

Giorgio Paolucci
("Avvenire", 2/3/’10)

Non è stata una "Giornata" "senza immigrati", come "pomposamente" avevano annunciato gli "organizzatori". La stragrande maggioranza è andata a lavorare, migliaia hanno dato vita a "manifestazioni", "sit-in" e "concerti".
Ma, al di là della "provocazione" contenuta nello "slogan", le iniziative di "protesta" che si sono svolte ieri in molte città hanno riproposto la centralità dei "lavoratori stranieri" nella "società italiana", la loro "irrinunciabilità" sotto il profilo "economico" e non solo.
I "numeri" forniscono un quadro molto indicativo: gli "immigrati" sono il 7 per cento della popolazione residente, producono poco meno del 10 per cento del "Pil nazionale" e contribuiscono in maniera significativa alle "casse" dell’"Inps". Senza il loro "contributo" alcuni settori del "mercato del lavoro" andrebbero in "crisi": edilizia, "siderurgia", "ristorazione", agricoltura, pesca, "zootecnia", solo per citare i più noti. Poche settimane fa il "Censis" ha stimato in 1 milione e mezzo il numero delle "badanti", per il 72 per cento "straniere", all’opera in una famiglia su dieci.
Indispensabili, dunque. Eppure trattati troppo spesso alla stregua di "cittadini" di "serie B". Come dimostrano le ampie "sacche" di "lavoro nero" a cui molti sono costretti da "imprenditori" senza scrupoli – tra i quali, va peraltro ricordato, aumentano gli "sfruttatori stranieri" – e le inaccettabili "lungaggini burocratiche" legate al rinnovo dei "permessi di soggiorno", che per "legge" dovrebbero richiedere 20 giorni mentre nella realtà arrivano ad un anno. Con immaginabili conseguenze sullo "stato d’animo" di chi è costretto a vivere in un "limbo amministrativo" e in un "inferno pratico", spesso alla "mercè" delle interpretazioni di "funzionari" e "poliziotti".
Come si vede, i motivi per "protestare" non mancano. Ma lo "sciopero in giallo", come è stato ribattezzato l’evento di ieri, porta con sé un "equivoco" di fondo: l’"etnicizzazione" della "protesta". Come se la "controparte" degli "immigrati" fossero gli "italiani" in quanto tali: un’"etnia" contro altre "etnie", un "popolo" contro altri "popoli". Con molti rischi conseguenti: l’avvitamento in una "contrapposizione sociale" destinata a produrre più danni che vantaggi, alimentando il "pregiudizio" ed allargando un "fossato" "umano" e "sociale" che va invece colmato; la "strumentalizzazione politica" della "protesta", in barba al "colore neutro" (il "giallo") che era stato scelto per caratterizzarla. E – cosa non trascurabile per un’iniziativa che vorrebbe tutelare gli interessi dei "lavoratori" – l’"incrinatura" del rapporto col "sindacato", come dimostra il rifiuto di proclamare lo "sciopero" da parte delle "centrali nazionali", a cui hanno fatto da "contrappunto" le adesioni in ordine sparso di alcune "rappresentanze territoriali" o di "categoria".
Uno sguardo realistico e "lungimirante" sul "Paese" richiede "politiche" di gestione dei "flussi migratori" che rispondano alle necessità della nostra "economia" ed insieme salvaguardino il mantenimento di equilibri "sociali" e "culturali" che l’
Italia ha raggiunto in secoli di storia. Coniugare "accoglienza" e "legalità" è impresa ardua e di lungo periodo, che impone di rifuggire sia dal "multi-culturalismo" senza volto, sia dalle "strumentalizzazioni" degli "impresari" della paura.
L’
"integrazione" non è una "formula magica", esige un "patto sociale" fatto di "regole" chiare e condivise, "diritti" e "doveri" da promuovere e rispettare, chiede la fatica di una "convivenza" che va pazientemente costruita, favorendo un incontro tra "identità", coniugando l’"io" ed il "tu" per arrivare a concepirsi come un "nuovo noi". Se abbiamo bisogno l’uno dell’altro, evitiamo di promuovere ciò che ci divide.