INTERVISTA

La "nigeriana" Chika Unigwe parla del suo “libro-denuncia”:
«Troppe donne senza “prospettive” finiscono forzate alla “prostituzione”».

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«Il mio Paese è “ricco”, ma questo non aiuta la popolazione.
Tutte vogliono “fuggire”, molte cadono in “schiavitù”».

Anna Pozzi
("Avvenire", 13/10/’09)

Sembra più giovane di quello che è, e certamente più disponibile e umile di quelle che potrebbe essere. Chika Unigwe, nigeriana, "Classe 1974", ha alle spalle un "curriculum" letterario di tutto rispetto: romanzi, poesie, libri per bambini, racconti... Alcuni sono stati ritrasmessi da "Radio Nigeria" e dalla "Bbc World". Nel 2003 è stata finalista del Premio "African Booker". Con una laurea in "Lingua e Letteratura Inglese" in Nigeria e un "dottorato" in "Letteratura" all’Università di Leida nei Paesi Bassi, ha scelto l’"olandese" per il suo romanzo di debutto, "De Feniks" ("La fenice"), prima africana a usare questa lingua per un’opera narrativa. Nel 2007 pubblica il suo secondo romanzo, "Fata Morgana", tradotto in inglese con il titolo "On Black Sisters’ Street" ("Sulla strada delle sorelle nere"), e in italiano semplicemente come "Le nigeriane", pubblicato di recente da "Neri Pozza". Una storia a cavallo tra i suoi due Paesi, la Nigeria, dove è nata, e il Belgio dove vive con il marito e i quattro figli. Una storia che potrebbe facilmente essere trasposta anche qui in Italia, dove circa ventimila ragazze nigeriane stanno sulle nostre strade, costrette a "prostituirsi" per pagare un debito enorme ai loro "sfruttatori".

Perché ha deciso di articolare il suo "romanzo" attorno ad un tema così complesso, difficile e "scabroso" come quello del "traffico di donne" e della "prostituzione"?

«Sono nata a Enugu e sono cresciuta in una famiglia molto "cattolica". Il tema della "prostituzione" era "tabù", non se ne parlava mai in casa. E poi, all’epoca, era un fenomeno ancora molto nascosto. Finché sono rimasta in Nigeria non ne sapevo nulla. Poi ho incontrato un belga che è diventato mio marito, e mi sono trasferita nel suo Paese nel 1995. Sono rimasta scioccata nel vederle qui, nelle vetrine dei "sexy shop" a vendere il loro corpo e mi sono chiesta cosa ci fosse dietro».

Sono migliaia le ragazze nigeriane "trafficate" e costrette a "prostituirsi". Possibile che in Nigeria non se ne sappia nulla?

«Adesso c’è molta più consapevolezza anche nel mio Paese. Io però ho fatto le mie ricerche qui. Mi rendo conto che per qualcuno può essere scioccante scoprire questa realtà dal mio libro, come lo è stato per me trovarmela di fronte qui. Spero, però, che questo romanzo possa contribuire a "sensibilizzare" su questo fenomeno».

Perché tante ragazze lasciano la Nigeria per poi finire su una "strada" o in una "vetrina"?

«In Nigeria non hanno alcuna prospettiva. Molte hanno studiato, vorrebbero lavorare. Ma non trovano nulla. E allora se ne vanno in cerca di una vita migliore. In Nigeria c’è molta "ricchezza" concentrata in poche mani. Non c’è uguaglianza e c’è molta "corruzione" a tutti i livelli. A Lagos vivono diciassette milioni di persone, si possono trovare bellissimi palazzi e auto lussuose e lì accanto c’è gente senza casa e senza niente. Molte ragazze non sanno cosa le aspetta, altre si dicono che è meglio fare le "prostitute" che vivere in un "immondezzaio"».

Sisi, Ama e Joyce, Efe sono ragazze che hanno studiato, che hanno lasciato la famiglia, il fidanzato, o sono fuggite dalla "guerra". Sono le protagoniste del suo "romanzo", eppure quelle che lei racconta sembrano le "storie vere" di molte ragazze finite nel giro della "prostituzione"…

«In effetti è così. Ho parlato con loro in Belgio, sono andata a vedere i posti in cui lavorano, ho cercato di capire come sono arrivate e come si sentivano. Con le ragazze il contatto è stato facile. Sono stata aiutata da un senso di "solidarietà" spontaneo, dovuto al fatto che veniamo dallo stesso Paese. La maggior parte mi ha confessato di essere stata forzata a fare la "prostituta"».

Lei racconta anche dei "traffici" che ci stanno dietro. Non è stato più difficile e pericoloso "indagare" anche su questo aspetto?

«L’obiettivo era di far vedere che dietro la "prostituzione" c’è un grande "giro d’affari". Le ragazze hanno molti problemi, vogliono a tutti i costi uscire dalla "povertà". L’unica prospettiva è provare ad andarsene. E c’è chi offre loro questa via d’uscita, che non è una via di "liberazione", ma di "schiavitù"».

La Nigeria è un Paese estremamente ricco di "materie prime", petrolio innanzitutto, e con grandi "potenzialità". Perché tante ragazze farebbero qualsiasi cosa pur di andarsene?

«Non sono solo loro a voler lasciare il Paese. La Nigeria ha visto in questi anni una fuga di "cervelli" impressionante. Molti giovani che hanno studiato e che hanno grandi capacità alla fine decidono di "emigrare", perché pensano che in Nigeria non abbiano alcuna "chance". Ne conosco molti. Conosco anche gente che ha cercato di rientrare con tante idee e "progetti", ma ha trovato molte "porte chiuse", perché pochi lavorano veramente per cambiare il "sistema". Le ragazze spesso se ne vanno perché non hanno altra scelta. Alcune hanno una buona "istruzione", ma non significa molto. Hanno la responsabilità di una grande famiglia a loro carico. Oggi a Benin City, la città da dove prevengono molte di loro, sta crescendo una "classe media" piuttosto significativa grazie al loro "lavoro"».

Come uscire dal "circolo vizioso"?

«Creando "consapevolezza" e cercando di cambiare questo "sistema" dal di dentro, innanzitutto attraverso l’impegno, il lavoro e la "valorizzazione" delle donne».